FILM

Cannes 2026 - Red Rocks, la recensione: Dumont torna sulla Croisette con un'esperienza cinematografica immersiva

Cinque anni dopo il bellissimo France, Bruno Dumont torna a Cannes nella sezione Quinzaine des cinéastes con Red Rocks. Un film anche italiano.

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Alla 79sima edizione del Festival di Cannes (12-23 maggio) è arrivato il giorno di Bruno Dumont. Un autore tutt’altro che sconosciuto sulla Croisette. Premiato due volte con il Gran Prix della Giuria per L’umanità (1999) e Flanders (2006). E non solo. Proprio qui, infatti, nel 1997, il suo cinema venne battezzato nella prestigiosa sezione della Quinzaine des réalisateurs. La Vie de Jésus fu un esordio folgorante, un’opera con cui impose fin da subito uno sguardo autoriale destinato a lasciare il segno nel panorama cinematografico contemporaneo.

Ventinove anni dopo eccolo di nuovo in Quinzaine – a onor del vero, era già tornato nel 2017 con Jeannette, l’enfance de Jeanne d’Arc - con Red Rocks, produzione all’interno di cui c’è anche un po’ di Italia grazie a Nightswim di Ines Vasijlevic e Stefano Sardo. Lo diciamo subito: è un film sorprendente e, per certi versi, inatteso, in cui Dumont continua a creare quel clima sospeso tipico del suo cinema, spostando l’attenzione sui temi legati all’infanzia. E con un modo di girare quasi inedito.

Un approccio documentaristico

Red Rocks (Nightswim)

Il titolo richiama quelle formazioni rocciose della Costa Azzurra, dove il film è ambientato, sulle quali i giovani protagonisti trascorrono le loro giornate. Gèo è un ragazzino mingherlino, sregolato, audace e a tratti persino insopportabile. Guida un piccolo trio di bambini che passa l’estate gironzolando senza meta nei pressi di un viadotto, sfrecciando su dei mini-quad e arrampicandosi sulle rocce da cui tuffarsi in mare. Un giorno, incontrano un altro gruppetto di bambini, e una di queste, Eve, stringe subito un legame con Gèo. 

L’approccio di Dumont è alquanto documentaristico. Non c’è una storia, ma un susseguirsi di situazioni che lasciano spazio a slanci di tenerezza, innocenza, violenza, cattiveria e libertà. Non mancano i momenti morti, quindi, dal momento che la macchina da presa segue, o meglio, pedina i bambini lasciando che il tutto si costruisca attorno al loro sguardo innocente e imprevedibile. E proprio per questo, non c’è mai un punto di vista giudicante sull'infanzia. E nemmeno idealizzante e nostalgico. Anzi.

Visivamente incantevole

Red Rocks (Nightswim)

A tratti, in Red Rocks riecheggia lo spirito di Vittorio de Sica e il suo I bambini ci guardano, non solo per il tema dell’infanzia, ma anche per l’approccio cinematografico con cui Dumont osserva i suoi personaggi. Ma se nel film di De Sica erano i bambini a osservare, spesso con dolore, il mondo degli adulti nel dramma del dopoguerra, in Red Rocks sono gli adulti che non guadano i bambini. Sono assenti e fuori campo (anche quando i due giovani protagonisti si recano a Ventimiglia dal nonno di Eve, più impegnato a seguire le sue lezioni di tennis che a stare con la nipote). E così il mondo dei piccoli diventa un territorio completamente abbandonato a sé stesso, quasi anarchico.

Se il racconto è ridotto all’osso, la forma, invece, è raffinatissima. Dumont gira con una grazia visiva rarissima e impressionante, affidandosi a campi lunghissimi, primissimi piani, e un grandangolo capace di restituire costantemente un senso di vertigine. È un cinema limpido, luminoso, libero, idilliaco, quello di Red Rocks. Immersivo. Che travolge lo spettatore con una forza quasi ipnotica, come per catapultarlo su un altro pianeta. Ed è questo, probabilmente, che lo rende davvero unico, oltre che il titolo manifestamente più accessibile della sua filmografia. I paesaggi, le rocce, la ferrovia, le bighellonate estive dei ragazzi si trasformano in un’esperienza puramente cinematografica e sensoriale. Quasi astratta. Di film sull’infanzia, il cinema ne ha prodotti molti, in particolare quello francese. Ma pochi sono riusciti a restituire una simile vitalità attraverso le immagini.

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