Cannes 68 - Yakuza Apocalypse, la recensione
Un film impossibile, in cui tutto sembra esistere solo per il momento in cui è in scena. Yakuza apocalypse è un delirio di divertimento e trovate demenziali
Yakuza Apocalypse non ha propriamente una trama, affianca personaggi in un grande scontro che è totalmente privo di motivazioni, eppure è contaminato di così tanto umorismo demenziale da mettere subito in chiaro che siamo qui per divertirci. E il divertimento in effetti non manca.
La quantità di ironia, battute, senso del grottesco e invenzioni che su questi presupposti basilari Miike riesce ad intavolare è incredibile. Il regista ha praticamente diviso i personaggi in due squadre per poi farli scontrare in un contesto che somiglia più ai fumetti che ai mondi costruiti dai film. Oltre ai personaggi elencati c'è il protagonista (giovane yakuza idealista, trasformato da un vecchio capo benevolo), un otaku violentissimo interpretato da Yayan Ruhain (il Mad Dog di The Raid: Redemption) e una serie di donne da salvare o trasformare.
In fondo però nulla pare contare niente se non ciò che è utile ad affermare la potenza del momento. Ogni scena vive per il secondo in cui avviene ed è solo blandamente collegata al flusso del racconto (che pure esiste ma è talmente semplice e lineare da far impallidire il vecchio cinema di serie B). Non ci sono priorità o scene madri, Miike decostruisce le strutture tradizionali per fare un film di gag che però è anche il più classico dei suoi inni alla follia, alla possibilità che anche gli abbinamenti meno sensati risultino in un grande complesso godibile.