Challengers, la recensione
Dentro Challengers c'è un film di ragazzi, fuori c'è un film d'autore e la strada che Guadagnino trova per metterli in contatto è cinema puro
La recensione di Challengers, il nuovo film di Luca Guadagnino al cinema dal 24 aprile
Challengers non è il film che si può immaginare. E non lo è mai. In nessuno dei suoi momenti. In un immaginario spettro ai cui estremi ci sono da una parte il cinema di teenager e dall’altra quello adulto, si posiziona in un punto tutto suo, strano, inusuale e per certi versi unico. È un film in cui una finale di un torneo di tennis minore e di provincia, in cui si scontrano un grande tennista e uno sconosciuto, viene seguita attraverso continui flashback che spiegano la rivalità tra questi due tennisti e soprattutto la donna che li guarda in tribuna. La perizia e la profondità di lettura è sempre quella del cinema adulto ma esiste anche, specialmente nelle parti in cui i protagonisti sono ragazzi, la piacevole giocosità del teen movie. Questo è senza dubbio il più adulto tra i film di ragazzi mai fatto, e il più adolescente tra i film adulti mai visto. E di conseguenza è la forma più giocosa e frivola possibile del cinema d’autore più sofisticato.
Questa leggerezza Luca Guadagnino la padroneggia da sempre (quando vuole), è la stessa che in misure diverse contamina Chiamami col tuo nome, la stessa che a tratti fa capolino in Melissa P. e che in We Are Who We Are stempera la serietà del contesto. Se altrove però questa leggerezza passa dalla sceneggiatura, in Challengers emerge dal filmmaking, dal godimento nell’usare la macchina del cinema al massimo. In certi punti anche troppo. Non è certo il tipo di film privo di difetti, non è un film perfetto ma uno che i suoi difetti li vede e preferisce passarci sopra e schiacciarli con continue soluzioni, inventando punti di inquadratura strani, soggettive della pallina, prospettive inedite, svolte che arrivano strane, scenografie inusuali, entrate ma anche uscite delle musiche che prendono di sorpresa e via dicendo. In certi punti, come detto, anche troppo (il finale lungo, insistito, prolisso e chiuso male anche se sulla carta è quello giusto, è un esempio), ma è da pazzi e bigotti limitarsi a questi difetti, come se davvero possano intaccare il piacere tutto epidermico di un film che vive di momenti.
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