Chupa, la recensione
C'è una trama spielberghiana tra traumi familiari e soluzioni fantastiche a cercare di elevare Chupa ma il film ha le gambe molli
La recensione di Chupa, il film di Jonas Cuaron disponibile su Netflix
Siamo a metà anni ‘90, ce lo rivelano un poster di Jurassic Park nella camera dei protagonisti e la maniera in cui sono vestiti i ragazzi, quando Alex, ragazzo di famiglia messicana da sempre vissuto in America, viene mandato dalla madre a stare per qualche tempo dal nonno, ex lottatore messicano mascherato, con i cugini quasi coetanei. Alex nemmeno parla spagnolo, non ha mai vissuto in campagna e lì si troverà a dover difendere un cucciolo di chupacabras, creatura mitologica del folclore locale che si scopre esistere davvero ed essere tenera (e somigliare molto a Trico di The Last Guardian).
Praticamente il cinema anni ‘80 più smaccato trasportato nei ‘90 ma senza troppi cambiamenti e soprattutto senza la maestria dei propri modelli. Nonostante alla produzione ci sia Chris Columbus il film stenta ad entrare nel vivo e trovare il passo ritmato giusto. Dopo un inizio in cui vengono presentati prima il chupa, separato dalla mamma e cercato dal perfido Christian Slater (!), e poi Alex, il film svela presto le sue carte e si concentra tantissimo sulla storia dei ragazzi in Messico, una trama di ricordi, legami familiari e retaggi che non ingrana mentre della creaturina a lungo non sappiamo più niente. E anche quando ritorna l’interazione tra i protagonisti e il chupa, questa è sbrigativa e molto poco significativa. Non solo lo stupore per l’esistenza dell’essere è scarso ma anche come si relazionano con lui e il legame che stringono è molto poco curato.