Cobra Kai (terza stagione): la recensione
Ancora una volta Cobra Kai ironizza su se stessa e sulla nostalgia, raccontando come i personaggi (e il pubblico) siano ancorati al passato
C’è qualcosa nella programmatica sciatteria di Cobra Kai che rende la serie imperdibile. È probabilmente la serie scema più intelligente che sia in circolazione, piena di problemi e difetti che tuttavia propone una visione di mondo così unica e insieme così superficiale da costituire un’unione attraente. Soprattutto è una serie che difficilmente può appassionare chi non abbia visto i film di Karate Kid e non li abbia visti all'epoca, cioè le persone per le quali non è passato del tempo tra quelle visioni e questa.
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E siccome anche John Kreese, il fondatore del Cobra Kai, insegnante spietato e cinico che fu mentore di Johnny Lawrence, è protagonista della propria storia, nella terza stagione siamo deliziati da diversi flashback di quando lui era in Vietnam, la sua educazione alla violenza e alla cattiveria, il trauma primordiale. Un trionfo di ricostruzione terribile quella del Vietnam. Roba che grida vendetta. Ma Cobra Kai è tutto così e bisogna accettarlo se si vuole arrivare alla fine di una stagione che regala (di nuovo) non poche soddisfazioni. Il minimo della regia.

In realtà tutto questo complesso di piccoli grandi ganci da 4 soldi, dalle storielle d’amore messe in scena con una regia da soap opera (in cui qualcuno entra in un ambiente per scoprire cosa è successo o chi deve parlare dice quel che deve dire e poi esce dall’inquadratura e infine tutto è illuminato da una luce chiarissima infame che peggiora qualsiasi scena) è un grande modo per parlare del tempo che passa per loro e per noi e quindi della nostalgia, che è l’evidente motore di tutta l’operazione. Alla sua essenza, sfrondata del piacere di continui confronti che sembrano quelli definitivi (LaRusso vs Lawrence, Lawrence vs Kreese e poi Kreese vs. LaRusso) e di un umorismo molto molto sottile e per questo spesso centrato, Cobra Kai è una storia di volti invecchiati.

Macchio è il volto simbolo assieme a Pat Morita (bloccato all’età che aveva nei film, visibile in ritratti e materiale d’archivio) e il continuo avanti e indietro con le immagini d’epoca, enfatizzato in questa stagione, dà la misura del tempo passato. Quelle erano splendenti e ben fotografate, queste smarmellate. Le immagini d’epoca non solo raccontano le backstory, ma commentano, informano e portano contesto. Sono i ricordi dei personaggi (e di chi le ha viste all’epoca), sono l’ancora che blocca tutti.
Il testimone che passato e presente si passano ovviamente sono gli insegnamenti delle arti marziali (più che altro quelli di mr. Miyagi ma pure quelli che Kreese ebbe in Vietnam), in realtà però l’impressione è che questa serie sulle occasioni perdute e sulle seconde, terze e quarte possibilità che la vita concede, serve a raccontare agli spettatori la nostalgia come macchina implacabile di resa dei conti e fardello. La soap opera che è Cobra Kai, lavorando come fa sulle rughe e sugli acciacchi, sulle mode passate e sui cambiamenti (si veda cosa è diventata Okinawa oggi) racconta di personaggi che vivono nel ricordo di quel che successe quando erano ragazzi, condizionati da quegli eventi e incapaci di creare per sé nuove mitologie o nuove avventure che non siano i sequel di trame partite in quegli anni.

Nelle puntate che hanno lui al centro sembra che Cobra Kai sia perfetta. Nel complesso rimane ancora godibile.
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