Cosa sarà, la recensione | Roma 15
Con una sceneggiatura impeccabile Cosa sarà raggiunge un'armonia dolcissima e perfetta che mette in secondo piano tutto quel che avviene per puntare all'umanità
A quel punto non importa più cosa stia accadendo, diventa del tutto superfluo, ogni contingenza scivola in secondo piano, relegata a mero pretesto. Anche quando, paradossalmente, si tratta di un argomento ingombrante come quello di Cosa sarà: il sopraggiungere di una malattia potenzialmente mortale.
Con solo poche blande esagerazione melodrammatiche (che stonano un po’ proprio perché uniche) in questo film dolcissimo e commovente Bruni rinuncia ad alcuni luoghi comuni delle sue sceneggiature che solitamente gli creano un recinto dorato e sicuro, gettandosi in un territorio un po’ nuovo, un po’ diverso, ma senza esagerare. Rimane la sua capacità eccezionale di usare il dialogo come nessuno oggi nel cinema italiano, come si vede negli scambi tra il protagonista e l'agente immobiliare che tradiscono confessioni, sentimenti e debolezze mai nominati apertamente ma che chi guarda ha la chiara sensazione di aver capito da sé (non è vero, ce li ha detti lui, solo non apertamente ed è bello così) e soprattutto senza che questo cancelli il Bruni touch. Anzi!
Quell’affiancamento del divertente e drammatico, del sentimentale e del ridicolo, dell’umano e del grottesco in modo che entrambi i poli escano caricati dal contatto, rimane fortissimo. E questo nonostante manchino i suoi soliti protagonisti molto forti e capaci di tirare sempre dritto attraverso difficoltà e dolori. Stavolta il protagonista è presentato subito come debole, pieno di paure, ansie e piccoli grandi complessi, bisognoso di riconoscimenti (tra cui quelli professionali che vengono comicamente negati di continuo), degno alfiere del mondo di uomini che popola il film.
Tanto che quando poi gli uomini si relazionano tra di loro fanno fatica a capirsi e sfociano in rabbia o mutismo.
È una prospettiva che serve bene gli intenti e le finalità del film (specie il personaggio della figlia) ma che sarebbe stata sicuramente aiutata ad essere un po’ più complessa da un lavoro più fino sulla recitazione. Con l’eccezione di Fotinì Peluso e Kim Rossi Stuart questo è un po’ il tallone d’achille del film, il fatto di avere troppo spesso momenti in cui le interpretazioni reggono poco, sono fuori tono per macchiettismo o proprio un po’ amatoriali. Eppure, paradossalmente, proprio il fatto che ci sia questa mancanza rende ancor più eccezionale che il film sia così perfetto.