Credo a Babbo Natale, la recensione
Con una produzione che "svelta" è dire poco, Credo a Babbo Natale fa il lavoro minimo eppure qualcosa di particolare e unico lo ha
La recensione di Credo a Babbo Natale, in uscita il 15 dicembre su Netflix
La storia come sempre ha solo lo spunto: un uomo e una donna sufficientemente adulti perché lei abbia una figlia di circa 8 anni, ed entrambi single, si incontrano in un evento natalizio e iniziano a frequentarsi. Lei non ama il Natale, lui è appassionato di addobbi e dopo qualche uscita salta fuori il dettaglio svelato dal titolo, cioè che lui, avvocato di professione e adulto, crede a Babbo Natale. Sgomento e un po’ di repulsione si fanno strada dentro di lei ma l’amore farà il suo corso dimostrando che un po’ di fiducia in qualcosa è una virtù.
È evidente da subito che questo film è un’operazione atletica, che lo spunto è veramente solo tale e tutta la prestazione dei coinvolti consta nel riuscire ad arrivare all’89esimo minuto contando solo con quello spunto lì, allungandolo, distorcendolo, allargandolo e ricamandoci sopra fino a che non si fa l’ora per far partire i titoli di coda. Lo stesso, nonostante l’insipienza generale, va ammesso che Credo a Babbo Natale, anche solo tangenzialmente e anche solo per errore, riesce a mettere sul tavolo un’idea interessante sugli stereotipi di gender.