Her Private Hell, la recensione. L’evoluzione definitiva di Refn assomiglia più a uno spot che a un film
Il ritorno di Refn sul grande schermo è una delle visioni più faticose dell'anno. Tanto stile, poche emozioni, per un'opera che segna un'altra tappa della metamorfosi del suo autore.
Ci sono alcuni registi la cui filmografia, se esplorata dall’inizio alla fine, sembra appartenere ad autori diversi. Nicolas Winding Refn è uno di questi. Il suo nuovo film, Her Private Hell, rappresenta il culmine di una metamorfosi tematica e soprattutto stilistica radicale. Quasi nessuno nella storia del cinema ha fatto come lui. Se mettessimo il cinema di Refn su un piano cartesiano, con il tempo in cui sono usciti i lungometraggi sulle ascisse e il realismo degli stessi sulle ordinate, vedremmo una linea costantemente decrescente: dagli slanci quasi naturalistici di Pusher alla perfezione delle immagini stilizzate del regista, post Drive Refn si è trasformato. Ed è la cosa più da Refn che potesse fare.
Dopo qualche tempo passato a girare serie TV è tornato al cinema con quello che appariva come un sequel, per lo meno tematico, del bellissimo The Neon Demon. Se il racconto della trama sembra lacunoso e inutilmente complicato, si tenga presente che il film è volutamente così: ingarbugliato senza che ce ne sia bisogno.Di cosa parla Her Private Hell?
In una metropoli del futuro, dall’aspetto deliziosamente cyberpunk, Elle (Sophie Thatcher) vive in un altissimo grattacielo che si staglia sopra una nebbia. La città sottostante è oscurata dai suoi vapori. Un’aspirante attrice arriva nella sua abitazione ed entra a far parte della famiglia che, intuiamo, è costituita non solo da rapporti di sangue, ma anche da "adozioni lavorative". Il padre, Johnny Thunder, raccoglie giovani modelle nella sua casa, le accumula come bambole. Nel frattempo la figlia sta girando un film di fantascienza pieno di effetti speciali e di stereotipi (una sorta di Barbarella).
La produzione è l’ultimo dei suoi problemi perché nella nebbia si muove Leather Man, un padre -anche lui - che ha cercato a lungo la figlia fino impazzire. Ora, come un Nightmare che si muove nella nebbia di Frank Darabont (The Mist), cerca la figlia andando dalle giovani e aprendole, letteralmente, in due. Intanto un uomo fuori dal suo tempo, il soldato K, cerca pure lui la figlia scomparsa muovendosi una sorta di passato mentale e questo mondo infernale futuro.Un film concepito in punto di morte
Refn, l’ha detto in conferenza stampa, ha concepito questo film in un periodo complicato della sua vita, quando ha rischiato di morire per problemi cardiaci. L’impressione è che Her Private Hell sia stato concepito solo per il godimento del suo autore. Per ritornare in sella, facendo un pastiche di tutti i temi e le suggestioni già viste nei suoi film precedenti. Pur con tutta la buona volontà di seguirlo, di analizzarlo e comprenderlo nel messaggio profondo, il film fa di tutto per scoraggiare questo lavoro.
La sua estetica, ancora più perfetta che in The Neon Demon, sconfina nell’estetica da spot di profumi. Immagini belle, ma vuote, che potrebbero essere generate da un’Intelligenza Artificiale ben addestrata per imitare il suo stile. Non c’è carne in questo film sul corpo e sul successo. Non ci sono emozioni trattenute, distillate, nei lenti dialoghi sentenziosi (come invece accadeva in Drive).
Pino Donaggio firma la colonna sonora ed è una delle note positive dell’intera operazione. È una musica volutamente esagerata, ma bellissima, così “da film” che sembra composta con l’intento di sbattere fuori dall’immedesimazione lo spettatore. Non c’è alcuna empatia possibile, nessun trasporto che non sia puramente estetico. Le citazioni, ovviamente, abbondano, ma la regia stessa sembra stimolare a non tenerne troppo in conto.
La fiaba disillusa di Refn
È una fiaba, questo Her Private Hell, che fonde orrore, commedia (poco riuscita) e sesso. Il corpo, la maggiore costante della sua filmografia, è ancora una volta al centro. “Aspetta che mi tolgo la faccia” dice Elle struccandosi. La battuta, pronunciata all’inizio, è entusiasmante. Sembra promettere un affondo sul mondo dell’apparenza, della chirurgia e delle maschere pubbliche.
Se questa riflessione c’è, si perde però nelle infinite sottotrame e negli stereotipi. Uno su tutti quello della giovane in pericolo contro il lupo cattivo. Ci sarà sicuramente chi vorrà studiare nel dettaglio questo film enigmatico, ma sarà fatto contro la volontà dell’opera stessa che sembra rifiutarsi di essere appassionante, piacevole o rivedibile.
C’è un solo miracolo fatto da Her Private Hell, di gran lunga il peggior film del regista: è quello di deludere cocentemente senza fare danni. Punisce chi guarda, eppure di non intacca neanche un po’ il patto di fiducia con l'autore e l’attesa per le prossime storie che Refn vorrà raccontare. Nonostante le metamorfosi e uno stile sfuggito di mano al suo creatore, Her Private Hell è, a suo modo, una delle delusioni più coraggiose dell’anno.