Hillary, la recensione
Serie documentaria in 4 puntate che fa l'agiografia più smaccata possibile di HIllary Clinton, ma nel farlo racconta anche il mondo in cui viviamo
Ognuna delle 4 puntate da un’ora (troppe, obiettivamente) parte portando avanti la storia della corsa alla presidenza per poi tornare indietro e portare avanti la storia della vita di Hillary Clinton. Dalla giovinezza a scuola, all’università e al lavoro, poi al periodo al fianco di Bill Clinton come governatore dell’Arkansas, il ruolo di first lady e infine quello di segretario di stato per Obama.
È l’affresco della vita più femminista mai esistita, tutta all’insegna dell’affermazione personale in un mondo che non vuole vedere donne primeggiare e in epoche in cui questo era inaudito. È un continuo di aneddoti di svilimento, di difficoltà vinte con intelligenza e preparazione, di amicizie e di lotte per sé e per gli altri. È insomma il grande ritratto di Hillary Clinton fatto da Hillary Clinton (lei stessa è pesantemente coinvolta oltre che pesantemente intervistata). I capitoli più oscuri sono saltati a piedi pari, quelli più noti affrontati quasi sempre affermando che ogni errore era in buona fede, ogni scivolone dovuto ad un eccesso di desiderio di far bene. Hillary non ci prova nemmeno a nascondere la sua missione ma semmai la sbandiera felice: raccontare a tutti le fantastiche doti e la storia commovente di Hillary Clinton.

Tutte le accuse smontate ovviamente sono le più assurde e più sessiste (non le più contestualizzate e puntuali) ma nel fare questo Hillary ha una sua efficacia. Nanette Burstein monta bene i momenti migliori di una vita effettivamente contraria ad ogni tipo di categorizzazione femminile. Assemblando tutte le scelte meno facili fatte da una donna con uno straordinario desiderio di carriera e una straordinaria capacità, in un mondo (la politica) in cui una donna non è vista di buon occhio da nessuno, questa serie documentaria riesce a rendere conto delle tantissime sfumature di sessismo volontario o involontario che esistono nella nostra società. Nella storia di Hillary (vera o aggiustata che sia) non è difficile riconoscere la storia di un paese e di una parte di mondo (quello occidentale) in incredibile difficoltà quando si tratta di avere una donna al potere.

I Clinton perseguitati dai media, i Clinton coppia felice, i Clinton che sopravvivono alla Lewinsky, i Clinton che si supportano a vicenda, i Clinton che vivono in un mondo in cui le differenze di genere non esistono. Hillary vende una realtà idealizzata, quella in cui ogni affronto viene superato con l’intelligenza tranne quando la stupidità la sommerge come un’onda, tranne cioè quando l’opinione pubblica non la capisce. È la storia di Rocky, di nuovo, messa in altre parole ed altre immagini, quella della sfidante senza niente da perdere che decide di dimostrare al mondo di non essere solo la moglie di un ex presidente e tenta l’impresa impossibile: diventare il primo presidente donna. Perderà, ma come abbiamo imparato da Rocky e come il documentario mostra associando la nascita di una nuova classe politica femminile alle battaglie di Hillary Clinton, probabilmente ha in realtà vinto.