Il buco in testa, la recensione | TFF38
Con una storia politica, quella di Il buco in testa, inframezzata da una umana Capuano esplora il cinema meno mainstream possibile
Maria Serra è arrivata a Milano da Torre del Greco, cerca qualcuno, un uomo che ha partecipato ad alcuni scontri con la polizia negli anni ‘70. Vediamo però anche il suo passato, recente, quando aveva ancora i capelli lunghi e conduceva una vita senza legami stabili nella sua città, con una madre che arrotonda la pensione con un lavoro faticosissimo e una serie uomini (e ragazzi) che la desiderano.
Il presente è la parte più esplicitamente politica del film, rievoca veri scontri, un vero omicidio, veri pentimenti lungo un incontro che è avvenuto realmente, tirando un bilancio a parole, con qualche sovrapposizione tra memoria dei luoghi degli scontri e quei posti oggi, mentre il flashback è la parte umana. La sensazione è subito che la seconda sia la più riuscita, quella che dovrebbe condire è la più potente, la prima, la più pensata, più studiata e più teorica invece non supera mai il discorso per farsi immagine, non supera mai la parola per lavorare più in profondità.
La vita ordinaria di Maria è animata moltissimo da Teresa Saponangelo in un modo che Tommaso Ragno non riesce a fare nei segmenti presenti, è così vitale, umana e naturale nella sua messa in scena scarna e piena di salti. Ogni scena, quasi autoconclusiva ha i suoi eccessi e segue le sue regole, dal massimo del naturale al massimo del fasullo e poi anche teatrale (i momenti dedicati alla madre). Capuano che con Luna Rossa aveva contaminato benissimo realtà criminali campane con Shakespeare, che con Vito e gli altri aveva fondato il tipo di storie di cui il cinema d’autore italiano tutto sì è oggi appropriato qui va da un’altra parte ancora e stabilisce un terreno ancora inedito per parlare di umanità.
Sei d'accordo con la nostra recensione di Il buco in testa? Scrivicelo nei commenti