Il ritorno di Wolverine, la recensione
Abbiamo recensito per voi Il ritorno di Wolverine, miniserie di Soule, McNiven e Shalvey
Fumettallaro dalla nascita, ha perso i capelli ma non la voglia di leggere storie che lo emozionino.
Non voglio che la morte possa essere utilizzata per dare una spinta alla vendite o come fattore scioccante per far dire alle persone “Oddio, Johnny Storm è morto!” oppure “Wolverine è morto!” sapendo che torneranno. Se decidiamo di far morire qualcuno, dobbiamo aggiungere più peso e permanenza alla scelta.
Nel corso degli ultimi anni, il vuoto lasciato da Logan è stato colmato con alterne fortune da Vecchio Logan e X-23, fino alla pubblicazione di Marvel: Legacy, albo sceneggiatore da Jason Aaron che apriva la nuova fase editoriale della Casa delle Idee; su quelle pagine abbiamo ritrovato l'irsuto canadese - tratteggiato da quello che forse è l'unico scrittore ad averlo davvero compreso e valorizzato negli ultimi anni - seppur ignorando come avesse fatto a scampare alla morte.
Dopo quattro anni, Soule è tornato sulla scena del delitto per firmare Il ritorno di Wolverine, storia in cinque parti che scaturisce dalle vicende narrate nel progetto Alla ricerca di Wolverine, composto da un paio di speciali e quattro miniserie, in cui venivano disseminati gli indizi dell'attesissima resurrezione. Ad accrescere l’interesse, la presenza del “complice” McNiven e di un altro grande nome del comicdom, l'irlandese Declan Shalvey (Injection).
"Tramite questo progetto straniante e poco focalizzato sull'essenza del personaggio, Soule è riuscito nell'impresa di disperdere un notevole carico emozionale."Non siamo qui a parlarvi di un fumetto orribile: la decostruzione della psiche di Logan operata da Soule, ad esempio, risulta in qualche modo interessante (complice l’effetto amarcord creato dal rivedere le diverse versioni del personaggio), ma l’assenza di pathos e la vacuità dei dialoghi rende tutta la vicenda facilmente dimenticabile. Priva di mordente o spunti di interesse, la miniserie può tranquillamente essere considerata un’occasione persa, nell'ottica di riportare in scena nel migliore dei modi uno dei personaggi cardine dell’Universo Marvel. La lettura di Il ritorno di Wolverine scorre senza lasciare traccia, cosa che rende in qualche modo inutile l’intera operazione, complessivamente durata quattro anni: che senso ha uccidere un'icona se poi la si riporta in vita con una storia in cui il protagonista potrebbe essere chiunque?
Certo, ora il più amato degli X-Men ha un nuovo potere - gli artigli incandescenti - mentre la galleria dei suoi nemici si è arricchita di una nuova villain, ma, considerato che la Marvel non ha ancora lanciato una serie regolare dedicata a Wolverine, non sappiamo se questi elementi avranno modo di imporsi nella sua mitologia. Quel che è certo è che, tramite questo progetto straniante e poco focalizzato sull'essenza del personaggio, Soule è riuscito nell'impresa di disperdere un notevole carico emozionale, nonché tutte le aspettative che hanno accompagnato le diverse fasi dell'operazione.

Difficile non apprezzare il lavoro di McNiven e Shalvey al tavolo da disegno, sebbene anche su questo fronte non tutto funzioni nel migliore dei modi. Il disegnatore di Civil War produce come di consueto delle tavole spettacolari e lascia emergere il lato più selvaggio del protagonista con intensi primi piani; purtroppo, però, la volontà di omaggiare il grande Barry Windsor-Smith (Arma X) prende il sopravvento su tutto il resto, privando le sue tavole di quelle peculiarità che l'hanno reso tanto amato dagli appassionati. Facendo una similitudine musicale potremmo dire che McNiven ha suonato due ottime cover, a inizio e a fine concerto, quando invece ci aspettavamo una lunga e splendida serata in compagnia delle sue nuove hit.
La sciagurata attitudine di andare fuori tema, che caratterizza l'operato degli altri due componenti del team creativo, non contagia Shalvey, il cui stile sintetico accompagna i tre numeri centrali, che coincidono con le fasi più concitate della storia. L'artista di Injection non sforna le migliori tavole della sua carriera, ma senza dubbio dà vita a sequenze d'azione caratterizzate da grande dinamismo; purtroppo il suo tratto non lega affatto con quello del collega, creando una disomogeneità che non aiuta la fruizione dell’opera e per forza di cose alimenta la sensazione che qualcosa proprio non vada in questo fumetto.
[gallery columns="1" size="large" ids="216014,218083,218085"]
