Jessica Jones (seconda stagione): la recensione
Dopo il bel risultato di Punisher, nuovo passo indietro per l'universo Marvel su Netflix, con la seconda stagione di Jessica Jones
Dal 2017 sono Web Content Specialist l'area TV del network BAD. Qui sotto trovi i miei contatti social e tutti i miei contenuti per il sito: articoli, recensioni e speciali.
La seconda stagione di Jessica Jones è molto più figlia degli eventi della prima stagione di quanto non lo sia dei pochi spunti offerti in Defenders. Questo grande blocco di tredici puntate si aggancia al mood, ai temi, ai conflitti introdotti nella prima stagione. I personaggi affrontano in larga parte situazioni irrisolte avviate in quella lunga stagione, e i rimandi al passato ancorano Jessica Jones ad una mitologia che le è propria e che la distingue da tutti gli altri personaggi del Marvel Netflix Universe. Jessica rimane l'investigatrice da neo-noir, irritabile, alcolizzata, violenta, solitaria, in lotta con se stessa per mantenere un briciolo di umanità, o anche solo per riconoscere a se stessa il diritto alla ricerca della felicità.
Aperti gli occhi, ci rendiamo conto di avere un milione di motivi per essere arrabbiati. Si può abbracciare quella rabbia, dare libero sfogo alle nostre frustrazioni, o trasformarla in qualcosa di positivo, cambiare noi stessi per cambiare il mondo. Ecco, nel corso della stagione i personaggi sono perennemente arrabbiati. Jessica è furiosa contro tutti i segreti del suo passato che ritornano, è arrabbiata perché teme di essere uguale alla madre, sopravvissuta all'incidente e ora una macchina impazzita (è questa la rivelazione, il cardine dell'intera stagione). Trish è devastata dalle pillole che hanno alterato le sue capacità, e odia il suo attuale status di “bambolina” radiofonica. Jeri è furente e frustrata una volta scoperto di avere la SLA. E poi c'è la madre di Jessica, Alisa, che è interamente definita come personaggio dalla rabbia che prova.

E non è scritto da nessuna parte che una storia di supereroi debba rispondere sempre a certi canoni, ma ci interroghiamo sul senso di un'operazione così lunga e anticlimatica nei suoi esiti. L'intreccio non si svolge tramite l'azione (di per sé comunque pochissima), ma quando questa arriva sembra comunque incidentale rispetto ad una serie che allontana il suo orizzonte tramite deviazioni, ritardi, parentesi, storie secondarie da dimenticare. Proprio quest'ultime sono un grave peso sull'intera stagione. La vicenda di Jeri Hogart è una lunga aggiunta senza mordente, idem per il percorso, molto respingente, di Trish e Malcolm. E, detto fuori dai denti, tredici episodi rimangono sempre troppi; è una formula che non funziona, non con questo tipo di scrittura.
Peccato. Peccato perché Krysten Ritter rimane una scelta di casting a dir poco brillante per questa serie. Anche nei momenti più superficiali e ripetitivi, ha un carisma e un'adesione al ruolo tali da permetterle di elevare ogni scena ad un livello superiore, ed è lei a farsi carico del peso della storia (ed è un grande peso) fino alle battute conclusive. Dove The Punisher aveva avviato abbastanza bene la “seconda fase” del Marvel Netflix Universe, Jessica Jones è un netto passo indietro. Temiamo abbastanza per i nuovi episodi di Luke Cage (22 giugno 2018) e di Iron Fist.