Judas And The Black Messiah, la recensione
Pensato per veicolare ideali e importanza delle Pantere Nere, Judas And The Black Messiah ha in un personaggio bianco il suo punto di forza
“Bisogna in ogni maniera prevenire l’arrivo di un messia nero”: così J. Edgar Hoover all’inizio di Judas And The Black Messiah mette in chiaro i termini del conflitto. Ad interpretarlo, sotto chili di trucco, è Martin Sheen. La stessa persona che per 7 anni è stato il migliore dei presidenti degli Stati Uniti possibili in West Wing, qui è il braccio oppressore dello stato che tramite l’FBI monitora, sorveglia, reprime e commissiona omicidi. Nonostante Judas And The Black Messiah sia apertamente un film di lotta, dalla parte delle Pantere Nere e anzi intenzionato a riequilibrare la storiografia in merito, dando al movimento la dignità dei propri ideali e la statura di un film a sé dedicato, lo stesso è l’FBI ad uscirne protagonista.
Judas And The Black Messiah è un film sulle Pantere Nere, non ci sono dubbi, ne racconta contrasti e asperità, durezza e violenza, lotta armata, dubbi, fatiche e soprattutto ideali, eppure Shaka King che il film l’ha diretto e anche scritto assieme a Will Berson, sembra fare di tutto per tirarsi fuori dalla lotta. Non che il racconto sia imparziale, anzi è fieramente partigiano, ma quando è il momento di affondare con i contrasti e dare una lettura delle due figure metaforiche del titolo (il messia e il Giuda) non ha il coraggio di affrontare le vere contraddizioni. Non trova innanzitutto nei veri fatti un conflitto che non sia quello più evidente tra lotta armata e desiderio di vivere e avere figli, tra sopravvivenza come informatore e vicinanza alle persone su cui si deve spiare, che poi è quello che anima qualsiasi altro film sul tema. E cosa ancora più grave non trova mai un modo di prendere questa storia così poco raccontata e farne un manifesto culturale, non trova né la capacità iconica di trasfigurare fatti e persone vere in mito del cinema, né la durezza dell’avere a che fare con la storia.
Alla fine quello che rimane è un ritratto in tutto e per tutto convenzionale di un leader e un traditore, fatto e pensato per assomigliare agli altri ritratti così che sia riconosciuto alla stessa altezza dei biografici più tradizionali. Paradossalmente poi la parte meno convenzionale del film riguarda un personaggio bianco. L’agente dell’FBI di Jesse Plemons, l’uomo che ha reclutato e gestito la talpa nelle Pantere Nere, è un capolavoro, un uomo che ha tutta la viscida arroganza del potere bianco e il fare bullo dell’autorità ma che continuamente capiamo possedere queste caratteristiche per convenienza, un uomo che nasconde qualcos’altro di più soffice sotto un muro di convenzioni, lavoro e ideali che il proprio ruolo gli impone di nascondere a tutti (ma non alla videocamera). Jesse Plemons lo interpreta lanciando sassi e nascondendo mani, mettendo un dito nell’acqua e tirandolo subito indietro, alzando un sguardo e svelando un mondo.