La stanza, la recensione
Le ambizioni ci sono anche in La stanza ma una buona regia non è mai supportata da una scrittura all'altezza di quegli obiettivi
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Eppure l’ingresso in scena di Camilla Filippi con abito da sposa, su un cornicione, durante una terribile giornata di pioggia che le spande il trucco, è ottima. E anche quello di Guido Caprino, accompagnato dal rombo di un fulmine senza che suoni troppo kitsch, sembra annunciare il meglio. Il problema di La stanza infatti non è mai la regia, ma la scrittura (del regista Stefano Lodovichi, Filippo Gili e Francesco Agostini). Sia arco narrativo e (maldestri e scomposti) che soprattutto i dialoghi pigrissimi e calcati sulle solite frasi, solite parole e solite espressioni, creano una valanga di problemi dalla poca plausibilità all’incedere prolisso fino proprio alla fatica per gli attori anche impeccabili (c’è Edoardo Pesce) di recitare quelle parole.
Con pseudo-psicologia a pacchi proposta in lunghi monologhi che spiegano tutto, intervallati da pianti di Camilla Filippi, La stanza quasi da subito non fa che ripetere le medesime dinamiche tra personaggi, con un crescente senso di noia, ripetizione e nessuna evoluzione per lo spettatore che si sente ribadire sempre le medesime questioni.
Difficile, dopo così tanti minuti in compagnia di personaggi che ci hanno spiegato tutto di sé e non hanno fatto che ripeterlo e ripeterlo, avere un po’ di empatia verso di loro quando il gran finale introdurrà un po’ di azione e tirerà le somme.