Les Promesses, la recensione | Venezia 78
Uno stabile popolare fatiscente da riqualificare è il MacGuffin di Les Promesses, un pretesto per giocarci l'anima di due politici
House of Cards in poco meno di 100 minuti e tutto concentrato sulle promesse.
Non c’è niente a cui crediamo meno delle promesse politiche, eppure le promesse in politica sono il terreno su cui si gioca tutto. Promesse ai cittadini, promesse tra avversari, promesse tra dirigenti di partito e tra colleghi. La riqualificazione di un edificio sede di case popolari fatiscenti è l’obiettivo di una sindaca dall’invidiabile percorso ma quasi a fine mandato, è un appalto da 63 milioni che va approvato, solo che l’insolvenza (per protesta) di alcuni condomini può bloccare l’approvazione. Per risolvere il problema parte così il giro di promesse della sindaca (Isabelle Huppert) e del suo vice (il solito eccezionale Reda Kateb, che trasforma un ruolo di testa in uno d’azione, che uomo...).
Thomas Kruithof fa il più giusto dei passi indietro, opta per una messa in scena controllata, priva di qualunque presenzialismo, si mimetizza e non percepiamo mai la sua presenza. Come se il film si fosse fatto da solo. In primo piano ci sono scrittura e recitazione, cosa dicono queste persone e che facce fanno quando lo dicono, sanno che non rispetteranno la promessa? Stanno credendo alle promesse degli altri? Sono onesti o disonesti?
Isabelle Huppert ha il ruolo che le compete, un po’ maschera dei suoi soliti ruoli freddi e calcolatori, ma (di nuovo) è Reda Kateb con il suo idealismo popolano, volto da periferia e abiti da buon governo a fare la differenza.
Presentato in apertura nella sezione Orizzonti.
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