Lilli e il Vagabondo, la recensione
La nuova versione di Lilli E Il Vagabondo cambia qualcosa, piega alcune scene e scegliendo il fotorealismo si condanna a diventare solo un film di animali parlanti
LILLI E IL VAGABONDO, DAL 24 MARZO SU DISNEY+: LA RECENSIONE
Il risultato migliore che si ottiene dalla visione di Lilli e il Vagabondo, versione 2019, cioè in live action (o quasi, visto che gli animali sono un po’ reali e un po’ in computer grafica) e diffuso direttamente su Disney+, è capire come mai Jon Favreau ha realizzato Il Re Leone copiando l’originale scena per scena.
Charlie Bean, alla regia, non ha la mano ferma e di certo non ha la conoscenza cinematografica per capire e dare a questa storia e soprattutto a questa tecnica la statura di un classico Disney. Levando a Lilli e il Vagabondo il tratto disegnato e rimpiazzandolo con il fotorealismo si ottiene Beverly Hills Chihuahua o In fuga a 4 zampe, si sconfina cioè nella zona più becera dei film con animali parlanti senza nemmeno quella patina pittorica e favolistica di Babe maialino coraggioso. Lilli e il Vagabondo è un pasticcio avventuroso a cui il fotorealismo non giova per niente, in cui i cani che parlano e si muovono (più o meno) come uomini non fanno che dare ancora meno carisma e ancora più povertà alla parabola semplice dell’originale.
Forse per un’impresa simile servivano altri nomi alla realizzazione, o forse più semplicemente aveva ragione Jon Favreau a ricalcare l’originale scena per scena, perché ogni variazione qui puzza di film tv e di straight to video (e in questo senso il film è effettivamente uno straight to streaming).
Il film ovviamente è corretto, la Disney si assicura che non ci siano sbavature e che tutto vada come deve andare, ma davvero addirittura anche il doppiaggio (originale, l’italiano è sempre un discorso a parte, a chi piace) è fiacco. I caratteri secondari, che da sempre fanno la fortuna dei classici Disney, sono mosci come mai e in ogni scena si finisce per rimpiangere il dinamismo dei disegni mentre si rimane bloccati con la stolida fissità degli animali veri solo parzialmente animati.
Infine, con un piacere immotivato nel ritrarre l’America dei primi del novecento, tutta dixieland e battelli sul fiume, il film si riempie poi di personaggi afroamericani. Accadeva anche in Il Re Leone, dove i doppiatori erano etnicamente corretti, ma qui finisce per suonare come un eccesso di zelo, un desiderio davvero poco sincero di essere quel che non si è, andando anche al di là del necessario.