L'ultimo paradiso, la recensione
Nel suo desiderio di unire il reale e il simbolico, il passionale e il meditato, L'ultimo paradiso fa un'operazione logicamente chiara ma sentimentalmente inefficace
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L’ultimo paradiso è insomma un film molto libero, da una parte batte percorsi che non vogliono rispondere a strutture note o alle solite scelte di casting (c’è ad esempio Gaia Bermani Amaral, modella dai tratti nordici, nel ruolo di una donna del sud degli anni ‘50), dall’altra si prende la libertà quando vuole di essere convenzionale e utilizzare situazioni e figure archetipe, specie della tradizione del cinema italiano. Nel complesso però più spesso che no il film non riesce a convincere della consistenza della sua storia, della furia dei sentimenti che causano decisioni estreme e dell’oppressione maschile sulle donne.
E non che sia recitato male L’ultimo paradiso. Anzi. Sia Riccardo Scamarcio (qui anche sceneggiatore e produttore) che Antonio Gerardi che poi una buonissima parte dei comprimari fanno un ottimo lavoro su quel misto indispensabile di adesione a figure archetipe e loro trasfigurazione in personaggi cinematografici. L’impressione è proprio che quel tono così complicato e così sofisticato che il film cerca con invidiabile libertà sia lontano. E quando nel finale c’è una concessione più forte che nel resto del film al simbolico, un momento che dovrebbe tirare diverse fila sia di senso che di sentimento, è ancora più forte la sensazione che le intenzioni di lavorare su un rimando molto astratto degli eventi trattati siano più forti della riuscita di questi rimandi.
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