Notturno, la recensione | Venezia 77
Meno fondato sull'unione tra lo storytelling del cinema di finzione e le radici del documentario Notturno è uno studio sulle immagini bello ma poco convincente
Contrariamente al solito quello con cui Rosi è tornato dalle sue esplorazioni umane sono quasi delle foto. Le riprese che raccontano quei luoghi e le persone che li abitano, quelle lontane dal fronte ma che risentono di quel che accade lì, sembrano stavolta foto in movimento. Rosi ha sempre trovato composizioni clamorose, è sempre stato bravissimo a piazzarsi e centrare il punto di vista giusto per mostrare qualcuno o qualcosa, anche solo un ambiente. Qui però le immagini non hanno storie forti al loro interno, testimoniano qualcosa cercando la maniera visiva di renderla vicina a noi.
Strumento più indispensabile che mai è il sound mix. Molto più influente che in passato è il giocattolo con cui Rosi sembra essersi divertito di più stavolta. L’alterazione della presenza o assenza di certi suoni (e quindi la loro repentina comparsa) è usata per dare senso, sottolineare, puntare l’attenzione, stupire ed evocare.
Certo tutto questo è molto meno coinvolgente dei due clamorosi film che questo documentarista ha alle spalle. Ci sono dei nuclei e quindi delle microstorie ricorrenti o almeno che seguiamo più di altri ma la loro sono storie deboli. Questo è un film di immagini, immagini di cantine, di vie e vite irrisolte, condizionate dalla guerra tra i ruderi.