Gli oceani sono i veri continenti, la recensione | Festival di Venezia
Con ambizioni elevate e un bianco e nero seriosissimo Gli oceani sono i veri continenti sembra sapere più cosa vuole essere che come esserlo
La recensione di Gli oceani non sono i veri continenti, film di apertura delle Giornate degli autori al Festival di Venezia
Perché la fattura di Gli oceani sono i veri continenti in realtà è buona, il film è corretto e giusto. Il problema è che suoi quadretti di vita ordinaria e marginale, sicuramente molto veri ma al tempo stesso estremamente convenzionali per il cinema d’autore, sono modalità espressive abusate e svuotate di significato da tempo ormai. Rappresentano i soliti marginali con animi sensibili con un bianco e nero che cerca il poetico senza trovarlo. Soprattutto li mette in scena con una seriosità e una pomposità che denotano una scarsa voglia di divertirsi con i propri soggetti (perché ci si può divertire anche con i film seri, mai con quelli seriosi) che mal si accoppia alla difficoltà nell’imbastire il rapporto tra storie scelte e immagini usate per raccontarle.
Santambrogio ha frequentato le scuole giuste e le persone giuste (il suo corto omonimo da cui questo lungo nasce aveva la produzione e le musiche di Lav Diaz) e chiaramente vuole giocare in quel campionato nonostante manchino le idee. Ad esempio il film possiede uno scampolo di narrazione, intrecci lievi e marginali, tuttavia non ha l’abilità che invece mostrano i film di Lav Diaz di far bastare quel poco per sostenere tutto il resto. Oppure un inizio molto bello, tra il naturalistico, il reale e lo stupefacente che fa pensare al cinema da poeta dell’esplorazione di Werner Herzog, è una promessa che poi il film non ha intenzione di mantenere, anzi tutto gli Oceani sono i veri continenti andrà proprio in un’altra direzione.
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