Patagonia, la recensione | Locarno 76
Con un classico del cinema italiano Patagonia rimesta nell'usuale ma almeno sa dargli una qualità visiva decisamente superiore alla media
La recensione di Patagonia, il film di Simone Bozzelli presentato al festival di Locarno
È quando il film deve iniziare a far lavorare la sua scrittura che scricchiola. I presupposti sono un grande classico del cinema italiano: un carattere represso e introverso che si apre alla vita attraverso l’incontro (e scontro) con un carattere estroverso e libero, soprattutto sessualmente. Lo avevamo visto anche recentemente in Calcinculo. Poi il protagonista Yuri decide di lasciare il nido stringente delle sue zie e inizia un viaggio formativo in cui tuttavia non riusciamo mai a conoscere né lui, né le persone che lo circondano, né infine siamo catturati da un’aria più grande. Questo anche perché Andrea Fuorto non sembra la scelta migliore per il personaggio, non riesce mai a crearlo e quindi a veicolarne il candore o la provenienza delle sue difficoltà.
L’impressione è che Patagonia si appoggi un po’ sull’idea che il contesto che crea con abilità abbia un fascino in sé e che questo basti a sostenere personaggi e relazioni. È chiaro che un fascino lo ha per il protagonista, che viene da un mondo represso, ma il film fa poco per fare in modo che lo abbia anche per noi. Dopo la curiosità e il primo impatto, quando diventa lo sfondo di tutto il film non necessariamente ne siamo così coinvolti (in un verso o in un altro). Non che lo dovesse abbellire (sarebbe terribile!) ma non riesce a trovare la dimensione giusta in cui è possibile per noi capire l’attrattiva (o la repulsione) che, così com’è, ha per il protagonista.