Rainbow, la recensione
La storia di Il mago di Oz è usata per un racconto moderno di una ragazza in cerca della madre in un mondo underground
La recensione di Rainbow, il film disponibile su Netflix dal 30 settembre
Lo sono molto meno nel film fatto e finito, ma soprattutto non servono granchè. Dora infatti va via di casa in cerca della madre, non vuole tornare ma vuole capire come mai non l’abbia mai conosciuta e in questo viaggio incontrerà tre compagni di viaggio con i loro problemi. Fino ad una festa finale che niente ha a che vedere con Il mago di Oz. Il punto è che il film di riferimento non è usato davvero. Del mago di Oz non sono sfruttati i punti di forza (lo sradicamento e l’avventura allegorica) né sono sfruttati i ribaltamenti di un cinema che viene da un’epoca lontana (come l’idea di inclusività a patto di conformarsi). Semmai ne sono sfruttati i simboli noti (la strada gialla, i nomi, la comitiva…), cioè il livello zero.
Meglio dimenticare questo parallelo e concentrarsi su quello che il film è di suo, cioè la storia del viaggio di una ragazza e dei rapporti con un’altra serie di donne. Pure lì però questo film che dura 2 inspiegabili ore, è molto confuso. Rifiuta una narrazione convenzionale convinto di potersi permettere di meglio ma non ha davvero nessuna idea di come si possano rimescolare le carte di questo viaggio picaresco. Addirittura anche scendendo di più a guardare solo i singoli episodi, i singoli incontri e segmenti non c’è niente di realmente significativo (come invece vorrebbe tanto il film) o almeno di intrattenimento (come potrebbe sperare lo spettatore)!