Roma 2018 - La Diseducazione di Cameron Post, la recensione
Tutto quello che di devastante dovrebbe essere raccontato in La Diseducazione di Cameron Post è annullato dallo stile garbato da cinema indie americano
Lo stile è quello del cinema indie americano, lo stile Sundance, con la sua patina dolceamara e il suo posizionamento sempre correttissimo, dalla parte indiscutibile della barricata, sempre inattaccabile, sempre garbato, sempre carino, buono per ogni salotto, mai disturbante. Ed è questo che non va.
Il cinema più censurato di sempre, quello statunitense tra gli anni ‘30 e ‘70, poteva suggerire un decimo e riusciva a essere il triplo più devastante ed eccitante.
La Diseducazione di Cameron Post sfiora la sessuofobia tanto è lontano da quella dimensione anche quando ne parla esplicitamente. Anche l’unica scena di sesso è di una frigidità insostenibile per una storia che invece dovrebbe avere al centro il soffocamento di un istinto irrefrenabile. Insostenibile perché poi il film ha l’arroganza di stare dalla parte di quello stesso desiderio che non vuole mai mostrare e di cui ha un sacro terrore.
È evidente che Desiree Akhavan vorrebbe farne una questione più di testa che di corpo, una di lavaggio del cervello, ma nemmeno lì sentiamo una pressione insostenibile. Il selvaggio caotico e irrefrenabile desiderio adolescenziale diventa una tendenza espressa solo a parole. Ma a cosa serve questa lezione da educande su che violenza sia reprimere la sessualità?