Sly, la recensione
Dentro Sly ci sono amici e fan, oltre a Stallone stesso, che raccontano la sua vita perché sia ricordato come un artista prima che una star
La recensione del documentario di Netflix Sly, sulla vita e la carriera di Sylvester Stallone, disponibile dal 3 novembre
Sly è un monologo di Sylvester Stallone, solo saltuariamente interrotto da qualche intervento esterno di amici e fan (ovviamente Arnold Schwarzenegger, rimasto in modalità “un uomo e il suo sogno” dalla sua serie, ma anche il critico Wesley Morris, Quentin Tarantino in versione critico cinematografico, suo fratello Frank, Talia Shire e il regista di Cobra!), è la storia della vita e delle opere di Stallone pensato per mostrare come le due cose corrispondano esattamente. Parte dallo spunto di un trasloco da Los Angeles, dove ha passato tutta la sua vita professionale, a New York, dove è nato e cresciuto, un trasloco per ritrovare gli occhi della tigre. E c’è tutta una stucchevole metafora visiva delle sculture dei personaggi più iconici che ha interpretato che vengono impacchettate.
Questo è insomma un documentario totalmente conscio di sé, in cui Stallone si autorappresenta e nel quale è sempre chiaro che chi parla sappia già come sta uscendo e in ogni momento ha ben presente l’intento di stare scrivendo la propria storia da sé per i posteri. Non che non l’abbia già fatto ma Sly è l’operazione più divulgativa in questo senso. Non è quindi propriamente aperto e onesto, nonostante racconti molto (che poi è ciò che rende il documentario comunque interessante, avvincente e valevole) ci sono intere fasi o eventi su cui passa sopra velocemente (la morte del figlio Sage) e altri che proprio non tratta (il terribile periodo tra la fine degli anni ‘90 e l’inizio dei 2000, quando stava per finire nei film straight to DVD e aveva pensato di abbandonare il cinema) e invece altri meno interessanti che invece a lui stanno a cuore (il rapporto duro con il padre e la sua commovente risoluzione finale). Che non è quello che sarebbe successo se non fosse stato in controllo. Non c’è insomma niente che si possa scoprire su Stallone che lui non voglia raccontare, ma quel che c’è non è poco e vale la visione.