Sneakerentola, la recensione
Con il massimo dell'esaltazione per diversità, località e talento, Sneakerentola non modernizza Cenerentola, la stravolge e così perde senso
Se guardando Sneakerentola a un certo punto, legittimamente, vi chiedete “Ma cos’è?” la risposta giusta dovrebbe essere “È la LinManuelMirandizzazione dei film”, ovvero la maniera in cui la Disney sta virando diverse sue produzioni verso stilemi e idee di Lin Manuel Miranda, compositore e autore di due musical di Broadway (In The Heights e Hamilton) di immenso successo, subito cooptato dalla Disney per le musiche di Oceania, Il ritorno di Mary Poppins e Encanto. Il mondo di Lin Manuel Miranda infatti è perfetto per Disney, è multirazziale ed inclusivo anche al di là del reale (Hamilton racconta un pezzo di storia degli Stati Uniti stravolgendo espressivamente le etnie dei padri fondatori) e al tempo stesso totalmente innocuo.
Il problema è che nel fare tutto questo i tratti più interessanti di Cenerentola ne escono anestetizzati (i fratellastri non sono nemmeno lontanamente meschini come le sorellastre, per non parlare del patrigno) senza che al loro posto venga iniettato nulla di altrettanto interessante. E se a Cenerentola si leva quell’idea di donna vessata in attesa di un redenzione tramite la valorizzazione di sé, per metterci il sogno di un designer, non è che il risultato possa essere lo stesso…
Anche l’utilizzo delle sneaker e soprattutto della sneaker-culture moderna sembra più un’idea modaiola che una narrativa, perché al di là di fornire una cornice diversa e contemporanea non è nulla se non il solito pretesto per sostituire la struttura a classi della favola con la gerarchia del successo americano, quella che vuole che in cima ci sia la nobiltà di chi è un vincente e in fondo la marmaglia dei perdenti (i fratellastri che vogliono spostarsi da New York al più marginale New Jersey) e di quelli con un talento grande che deve essere scoperto e valorizzato.