Non sono quello che sono - The Tragedy of Othello di W. Shakespeare, la recensione | Locarno 76
La versione di Othello di Edoardo Leo, Non sono quello che sono, si focalizza su Iago ma non centra la fusione tra lingua e messa in scena
La recensione di Non sono quello che sono - The Tragedy of Othello di W. Shakespeare, il film di e con Edoardo Leo presentato al festival di Locarno
L’impressione è che la scelta di spingere molto sul realismo della messa in scena remi contro quel vocabolario raffinato, impedendogli la contaminazione con il poetico, l’astratto o qualsiasi dimensione altra che renda sensato il miscuglio di dialetto e lingua aulica. In parole povere: la lingua di Shakespeare è integrata e contaminata al romano ma il film non riesce ad usarla per andare altrove o creare qualcosa di nuovo come risultato. È solo stonato. Una parte della colpa sta negli attori, che dovrebbero avere un ruolo cruciale nel creare personaggi capaci di rendere credibile l'unione tra quei tagli di capelli coatti, quelle tute e quell’uso del corpo popolano e i ragionamenti, l’elocuzione e le similitudini shakespeariane. Tra tutti proprio Edoardo Leo è quello che si avvicina di più a dargli un senso (non riuscendoci comunque a pieno) mentre altri come Antonia Truppo sono fuori strada e altri ancora come Ambrosia Caldarelli non paiono proprio in grado di reggere la sfida.
Questo problema di creazione di una dimensione credibile per il progetto inficia tutto il resto. Per fare un paragone, nel 2001 Antonio Capuano aveva mescolato l’Orestea di Eschilo con la camorra in Luna Rossa, lavorando sulla stessa contaminazione tra linguaggi (però con il napoletano), e aveva trovato un’epica strana, molto teatrale (là dove Edoardo Leo invece vuole rimanere più vicino al cinema) ma estremamente efficace. E lo aveva fatto con un parco attori eccezionale.
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