Star Wars: Bounty Hunters #1, la recensione
Una partenza non esente da qualche difetto ma che nel complesso regala divertimento, crea belle atmosfere e stuzzica l’interesse

Di tanto in tanto, Star Wars prova a giocare con i generi narrativi e a tentare incursioni in campi meno scontati di quello epico/mistico che gli viene tradizionalmente associato: si va dalle atmosfere di guerra di Rogue One a quelle horror di La Cittadella Urlante, fino colpo grosso in stile Ocean's Eleven di Solo. Anzi, potremmo dire che nei casi più fortunati e ispirati, queste incursioni nei generi narrativi alternativi costituiscano gli esperimenti più riusciti, quelli in grado di infondere nuova linfa al franchise e di traghettarlo verso un futuro dagli orizzonti più ampi. È il caso di Star Wars: Bounty Hunters, la nuova serie regolare Marvel sceneggiata da Ethan Sacks e illustrata dal nostro Paolo Villanelli.
Chi ha apprezzato The Mandalorian non potrà non gradire le avventure dei tre cacciatori di taglie che ci vengono presentati come i protagonisti della serie: Valance il cyborg, nato sulle pagine dell’antico ciclo di fumetti Marvel pubblicato tra il 1977 e il 1983 e fortunosamente trapiantato a nuova vita nel nuovo canone: Bossk, il collerico e spietato lucertolone trandoshano; e, naturalmente, l’enigmatico e letale Boba Fett. In questo primo numero ritroviamo tutti gli stilemi del mondo di frontiera e delle scene d’azione di taglio space-western tipici della serie televisiva dedicata al Mandaloriano, con in più l’innegabile e tipico vantaggio di un budget illimitato per gli effetti speciali che consente al fumetto di regalarci scenari mirabolanti e combattimenti su vasta scala.
"Una partenza non esente da qualche difetto ma che nel complesso regala divertimento, crea belle atmosfere e stuzzica l’interesse."Ovviamente rimaniamo in ambito starwarsiano, quindi sarà prudente non aspettarsi gli aspetti più splatter e sanguinolenti delle epopee tarantiniane, ma la stessa struttura di partenza che lancia la serie (un “mentore” che tradì i cacciatori di taglie all’inizio delle loro carriere in passato e che ora riemerge dal suo nascondiglio, dando il via a una “corsa alla vendetta” covata e attizzata da tempo), è sufficientemente vicina ai territori di storie come Inglorious Basterds, Hateful Eight o Kill Bill da agganciare e intrigare il lettore. La premessa iniziale è buona, i personaggi validi e il ritmo avvincente. Per partire, si parte bene.
Problemi? In questo numero #1 se ne intravedono due: il primo è una certa frenesia nell’introdurre una miriade di personaggi, trame, volti nuovi e scene d’azione, un ritmo che ricorda da vicino l’estenuante smania di azione di Episodio IX e che non rientra tra gli aspetti più apprezzati di quella pellicola. Il world building è una bella cosa, ma forse andrebbe fatto a dosi più piccole e con tempi più ragionati. Se il lettore si trova sopraffatto da una quantità eccessiva di input, rischia di non legarsi come si deve a personaggi ed eventi della storia narrata.

Il secondo è la natura stessa della serie, vale a dire una serie regolare. Una trama archetipale come quella della vendetta contro un torto subito è per definizione una trama che deve giungere a un climax e a una chiusura definitiva, e che forse avrebbe funzionato meglio in una pubblicazione dalla durata limitata. Se il faccia a faccia tra i cacciatori di taglie e il mentore traditore viene procrastinato all’infinito, il titolo rischia di perdere di mordente, ma se giunge a compimento in tempi brevi, si presenterà il bisogno di ristrutturare l’intero progetto da capo; ma su questo punto possiamo essere più indulgenti, non è nulla che una sapiente gestione degli archi narrativi non possa coprire.
Poco o nulla c’è invece da appuntare alle matite di Paolo Villanelli, che riesce sia a cogliere con abilità le movenze e i tratti caratteriali dei protagonisti che a imbastire scene d’azione dal taglio cinematografico. I suoi scenari sembrano veramente usciti dal set di The Mandalorian. In uno o due punti risente del “sovraffollamento” o della “fretta di raccontare” di cui si parlava sopra, ma è un problema imputabile più alla sceneggiatura di Sacks che alla messa in scena.
