Sun Children, la recensione | Venezia 77
Quella che poteva essere una tenera quanto blanda storiella ruffiana in Sun Children è un vero film d'evasione senza evasione con protagonisti bambini
Davanti al messaggio c’è una storia molto intelligente e piena di idee di cinema, di suspense e umorismo di una gang di bambini che per conto della mafia locale si infiltra in una scuola gratuita che ha la missione di levare proprio i bambini dalla strada, perché sotto la scuola c’è qualcosa di prezioso che sono incaricati di recuperare scavando.
Evitando magistralmente il terribile filtro tenerezza che affligge quasi tutti i film con bambini lui li ritrae come adulti sotto copertura, intenti a nascondere le parti di sé che non si addicono al contesto della scuola (tipo le sigarette in tasca o il fatto che sanno di matematica perché lavorano nell’edilizia). Intanto quando chiedono di andare in bagno o quando tutti sono distratti per un saggio e una partita di calcio scendono nello scantinato e continuano a scavare il loro buco.
In quei momenti Sun Children sembra Il Buco di Jacques Becker o La grande fuga. I bambini scavano un tunnel inquadrati come Kirk Douglas in L’asso nella manica, installano le luci e attaccano a lavorare cambiandosi per non sporcare i vestiti. Sono le parti più forti, curatissime, degne di qualsiasi film d’evasione. Come tale ha anche la grande idea di prendere il più protagonista di questa gang, il più interessato alla riuscita dello scavo, e levargli progressivamente tutti gli alleati, lasciarlo solo con la sua cupidigia, dandogli l’onore di una trama da adulto dopo averlo trattato per tutto il tempo come un adulto infiltrato tra i bambini.