The Sweet East, la recensione
Viaggio allucinato nel sottobosco degli Stati Uniti, Sweet East è un film cool come i suoi personaggi che vorrebbe deridere
La nostra recensione di The Sweet East, presentato nella sezione Quinzaine des cinéastes del Festival di Cannes 2023
Lillian (Talia Ryder), una liceale della Carolina del Sud, parte con i suoi compagni per una gita scolastica a Washington che presto degrada in feste, droga e sesso sfrenato. Dopo aver perso il cellulare in un bagno di un locale, la ragazza si imbarca in un viaggio allucinato tra diverse sottoculture e sette degli Stati Uniti, incontrando personalità eccentriche e bizzarre.
Il film si compone dunque di una serie di capitoli poco concatenati tra loro, filmati attraverso una particolare grana delle immagini che richiama quella di un video amatoriale in presa diretta e un persistente commento musicale a tutto volume. La rassegna del sottobosco del Paese comprende un professore fascista e complottista (Simon Rex) che cerca di trasmetterle il suo amore per Edgar Allan Poe, una coppia di giovani registi ( Ayo Edebiri e Jeremy O. Harrische) che vede Lillian come la star del suo prossimo film, un giovane divo (Jacob Elordi) che la dà in pasto ai paparazzi, fino a monaci molto sui generis. Tutti contesti che The Sweet East descrive molto sopra le righe, beffandosi di qualsiasi movimento o rivendicazione che vuole dire la sua ma non fa altro che rivelare la propria insensatezza. A salvarsi è sempre e solo Lillian, ragazzina ben consapevole del suo fascino che non esita a concedersi a chi invece è riluttante (il personaggio di Rex, in un divertente gioco metacinematografico) che passa indenne e vincitrice da ogni situazione in cui si ritrova. Adottando il suo punto di vista, il film vorrebbe dunque dissacrare e smontare miti e credenze di un'intera Nazione, ma cade vittima del suo stesso obiettivo.