The Eddy: la recensione
La musica non è ricompensa ma maledizione, e il fatto che in The Eddy sia davvero straordinaria dà senso a tutte le peripezie dei protagonisti
All’inizio se ne ha subito l’intuizione con quell’attacco del pilota così crudo, dedito alla musica, centrato e totalmente a fuoco, eppure è facile avere l’impressione che la serie si perda lungo i primi 3-4 episodi. Non è così, è solo un’impressione che viene dal fatto che la trama portata avanti non è chissà che delirio di misteri, originalità o fascino ma una semplice storia criminale. Solo più avanti si capisce che il cuore non sta in ciò che la trama racconta ma in ciò che questa impedisce ai personaggi. The Eddy funziona cioè per negazione e quando questo esce fuori è implacabile.
Non sembra un caso a questo punto che i due pilota li abbia diretti Damien Chazelle, che in La La Land e Whiplash ha raccontato esattamente questo (il sacrificio necessario per l’eccellenza e come, forse, ne valga la pena), impostando benissimo look, tono e modalità di lavoro sulla musica per il resto degli episodi.

E qui viene la grandezza di The Eddy.
Il problema dei film e delle serie musicali in cui tutti dicono che qualcuno è bravo, è grande o ha talento è che poi questo personaggio suona o canta e non è così straordinario, perché essere straordinari è raro e difficile. Ecco qui la musica straordinaria lo è e del resto la storia è proprio quella di cosa richieda mantenerla straordinaria.

In questo è centrale Joanna Kulig, che qui interpreta la cantante, e che è una vera attrice di altissimo livello oltre ad una voce sopraffina (l’abbiamo già vista recitare e sentita cantare in Cold War). Non solo l’episodio a lei dedicato forse è il più bello ma la forza con cui canta e interpreta, con cui resiste e lotta indirizza lo spettatore a capire la medesima tensione negli altri strumentisti, di certo attori meno potenti, ma dotati di momenti ugualmente cruciali. La storia della batterista Katarina, una delle più lunghe e complicate, la porterà alla fine a suonare da sola e quando questo avviene, quando cioè sentiamo solo lei suonare la batteria senza il resto degli strumenti (non proprio qualcosa di appassionante e trascinante), lo stesso in quel suono c'è tutto quello che ha vissuto e abbiamo visto, carico di botte, sangue, contrasti, paure, rischio e una vita assurda.
Per dimostrare quanto sia serio con la musica, per dimostrare che non scherza, The Eddy non la rende un premio per i personaggi come è di solito, cioè non la rende un momento di esaltazione individuale o collettiva (se non durante un funerale, per contrasto) ma una maledizione, una condanna di ognuno, l’ultima spiaggia di vite indesiderabili.

Ma se c’è un po’ di passione per il jazz moderno allora il desiderio di vedere una seconda stazione non sarà frutto di misteri avvincenti, cliffhanger o storie appassionanti, ma frutto dell'ansia di vittoria di questo musicista effettivamente dotato e della tigna con cui ha messo tutto in qualcosa che (alla fine) lo costringe a compromessi a sorpresa che creano un conflitto bellissimo tra ciò che di più alto, leggero e soave ci sia, la musica, e come si alimenti del peggio.
Condannarsi all'inferno per un disco. Ma che disco!