The Suicide Squad – Missione suicida, la recensione
The Suicide Squad è un film mentalmente importantissimo per l'universo DC. James Gunn lascia liberi i personaggi di scrivere la loro storia
Dentro questo high concept c’è però tutta la differenza che può passare tra un film realizzato seguendo l'agenda di uno studio e quello di un autore, tra un’opera commissionata per piacere a tutti e una personale che deve piacere a chi la fa. Per dirla in altri termini: The Suicide Squad – Missione suicida è puro James Gunn tanto quanto Suicide Squad era frutto dei montatori scelti dalla Warner. A differenza del precedente è un film libero, leggero come l’aria, idiota come promesso, ma anche fresco e travolgente. E per questo non piacerà a tutti, perché è un film da prendere o lasciare con un'idea ben precisa in testa, ma se si è della partita tutto ciò che è stato promesso viene restituito.
Che James Gunn abbia goduto di una grande libertà lo si vede sin dall’incipit, in assoluto uno dei momenti che meglio raccontano la scanzonata filosofia dietro al progetto. Il regista è Amanda Waller: una figura distante, ma che segue l’azione da dietro le quinte. Ha un accesso privilegiato, vede tutto, e ha in mano le vite dei sottoposti. Potentissima, ma anche in balia delle personalità in azione. L’unica cosa che può fare è infatti predisporre le pedine sulla scacchiera e lasciarle fare.
Il lavoro che fa James Gunn con The Suicide Squad è analogo. Si è divertito in sceneggiatura, e si vede! Ha attinto a piene mani dallo sconfinato mondo di personaggi (più o meno) secondari dei fumetti DC e li ha lasciati vivere sulla pagina. Sembra un film che si è scritto da solo, tramite una logica successione di dialoghi e azioni di antieroi diversi e incompatibili. Fatto con il pilota automatico, lasciato in mano ai personaggi. perché è così che chiedeva quel gruppo di reietti.
C’è sicuramente meno cuore rispetto a Guardiani della Galassia, ma per tutto il terzo atto si scorge l’amore viscerale dell’autore verso i reietti e i diversi. Notate a che attore è affidato quell’unico momento di morale e di “sospensione dell’ignoranza”, una scelta non casuale e con infiniti strati “meta”, non solo cinematografici, ma anche aziendali.
Il film si pone volontariamente come uno sfogo creativo. Accumula, anzi ammassa, tutte le idee più esagerate e le contamina con i generi. L’esito è freschissimo. Inizia come un film di guerra alla Salvate il Soldato Ryan esageratissimo quasi come una parodia. Prosegue come un prison movie in cui la struttura di detenzione è quasi un isolamento volontario dei carcerati dal resto del mondo. Poi diventa un horror di serie z con gli scienziati pazzi e i mostri. Infine c’è tutto il piacere della distruzione da Kaiju virata nel modo meno drammatico e più esilarante possibile.
Sebbene James Gunn abbia scritto la migliore versione dell’Harley Quinn di Margot Robbie fino ad ora, le vere superstar sono interpretate da Idris Elba e John Cena. Bloodsport e Peacemaker sarebbero stati in grado di reggere l’intero film da soli. Una nota di merito anche a Polka-Dot Man: un personaggio impossibile da tradurre su schermo che invece trova il modo, nel suo poco screen time, di intenerire e far morire dal ridere. Peccato invece per King Shark che ha visto i suoi momenti migliori rovinati dai trailer. Anche questa volta, non avrebbe fatto male un po’ più di discrezione nel mostrare qualche colpo di scena in meno nei materiali promozionali.
