Twin Peaks 3x18 "The Return - Part 18" (finale): la recensione
L'evento televisivo degli ultimi anni giunge al termine: la recensione dell'ultimo episodio della terza stagione di Twin Peaks
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È inutile ragionare in termini fantascientifici sulle conseguenze di un viaggio nel tempo che salva Laura Palmer solo per vederla svanire in una dimensione alternativa. Non qui, non con una narrazione di questo tipo. Ciò che accade, e sarà l'ultimo happy ending che ci verrà concesso, è che il desiderio di Dale di realizzare un Dougie da far vivere con Janey e Sonny Jim si realizza. Il nuovo Dougie sarà un buono, una persona che conserverà quella memoria di moralità e bontà tipiche dell'originale. Appena il tempo di un sorriso, e veniamo catapultati nella Red Room a vivere le conseguenze del fallimento del tentativo di Cooper.
Le profezie del Fireman ricevute all'inizio della stagione si stagliano come un promemoria per Cooper, forse la bussola che gli permetterà di non perdere la ragione nel luogo in cui si sta recando. 430 miglia, ma anche i nomi Richard e Linda sui quali torneremo. Su strade notturne troppo familiari, ancora una volta la visione di Lynch racconta quella traslazione nello spazio e forse nel tempo tra dimensioni alternative, luoghi immoti mentre è l'anima a spostarsi. Da questo punto di vista, Twin Peaks trova la propria chiave di lettura – non definitiva, sarebbe impossibile – in tutta la filmografia di David Lynch. Ogni costruzione metafisica o mitologica ricade nella più intima considerazione della costruzione di un “altrove” come ridefinizione del sé.
Eraserhead, Strade Perdute, Mulholland Dr., in ognuna di queste opere Lynch declina un linguaggio mutevole, ma coerente per tematiche e conflitti narrati. Il tema della perdizione, il terrore di non essere all'altezza, che spingono verso una fuga verso mondi ora da sogno ora da incubo. In Twin Peaks, apparentemente, la prospettiva pare rovesciarsi. Una volta varcato il confine, e trascorsa una notte di passione, Dale e Diane svaniscono, perdendosi nell'atto di ritrovarsi. Al mattino, in un motel diverso, il Dale che si sveglia è già Richard, mentre Diane-Linda è scomparsa. Da questo momento in avanti Cooper vive in bilico tra la sua identità passata, che vive grazie al ricordo delle parole del Fireman, e quella attuale, quel Richard che pure è un agente dell'FBI.
Un ultimo, estenuante viaggio in macchina riporta Cooper e Laura, o Richard e Carrie, di fronte alla casa dei Palmer a Twin Peaks. I minuti scorrono lenti ma inesorabili, abbiamo abbandonato ogni speranza di assistere ad un chiarimento delle storyline rimaste in sospeso, tendiamo la mano all'ultima vicenda rimasta in piedi nel crollo assoluto di tutto il resto. E, prima dell'urlo, arriva lo schiaffo. La signora Tremond, che ha comprato casa dai Chalfont (entrambi nomi che identificavano la signora anziana che viveva sopra il convenience store), non conosce i Palmer. Per la prima volta in tutta la storia di Twin Peaks, Cooper appare sconfitto. Nel momento in cui viene sporcato da Richard, anche il campione del bene può vacillare.
Dale chiede a Laura in che anno si trovano, e in quel momento l'obiettivo della missione si ribalta. Il traguardo non era la casa in sé, ma la capacità di riuscire a portarvi Laura. Il successivo richiamo della madre di Laura, che proviene da un altro tempo e dai ricordi di un'altra vita, spacca in due quella coscienza sulla quale forse Mother si era appoggiata per costruire questo nuovo sogno. In fondo, “Laura is the one”. L'ennesimo urlo straziante della donna si spalanca su una casa da cui va via l'elettricità, che non sentiremo nemmeno nel logo finale, e che lascia spazio ad uno schermo scuro (la mente corre al finale dei Soprano) e alla scena del segreto sussurrato all'orecchio di Cooper.
Qualunque analisi critica o estetica su Twin Peaks è destinata a scontrarsi con l'unicità di un prodotto che, progenitore assoluto della tv di qualità, rimane confinato in una bolla autoriale respingente. Questo finale, destinato a dividere il pubblico per i prossimi 25 anni almeno, ne è l'ennesima prova. In tutt'altro medium era qualcosa che faceva Neon Genesis Evangelion con un doppio finale che tradiva le aspettative titaniche e trascendentali dello spettatore per concentrarsi su un'apocalisse più intima e personale. Perché sì, la reazione più umana ad un episodio del genere è il rifiuto, la rabbia, la frustrazione.
Questa Loggia Bianca nella quale dimora il Fireman-Lynch somiglia ad una torre d'avorio dalla quale dispensare ricompense narrative per il puro gusto del tradimento di queste. David Lynch è la Mente creatrice assoluta, forse il primo livello del sogno dal quale discendono tutti gli altri. È lo showrunner-regista-narratore di se stesso e dei propri incubi, e ha la padronanza totale di tutte le emozioni che provoca. Che questa sia un merito, al di là delle emozioni positive o negative, è indiscutibile. Se Part 17, almeno fino a pochi istanti prima della conclusione, è il finale ideale, Part 18 è l'epilogo alternativo, il corollario ad una stagione intera, forse ad una carriera intera. Ed è un fatto che, nel momento decisivo, Lynch preferisca tradire il pubblico piuttosto che se stesso.
Ancora una volta, l'ultima, la mente creatrice di Lynch si fonde con quella di un Gigante in una finestra aperta su un punto imprecisato del tempo. Dalla sua mente scaturisce un globo d'oro nel quale emerge il volto di Laura Palmer. Non più come reginetta, o ragazza sperduta, o ago della bilancia nella lotta del bene contro il male, ma come simulacro di una forma del racconto alta e solenne, al quale affidare le speranze verso il futuro, da rilasciare nel mondo affinché faccia germogliare i suoi frutti per le generazioni a venire.
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