Unfrosted: storia di uno snack americano, la recensione
Lo spot più lungo del mondo senza neanche il carisma di Barbie: Unfrosted è puro marketing, e non del più interessante
La recensione di Unfrosted, il film diretto da Jerry Seinfeld in arrivo su Netflix il 3 maggio.
Il progetto Unfrosted dev’essere iniziato più o meno con queste parole: “come Barbie”. Il miracolo compiuto da Mattel col film di Greta Gerwig (ma anche il recente Air) provano che il terreno è maturo per alcune delle più spudorate operazioni pubblicitarie di sempre. Barbie in particolare dà ad Unfrosted un’idea di marketing diabolica: piuttosto che nascondersi è meglio che i brand si presentino in scena come personaggi, sottoponendosi volontariamente a un’autoparodia che ne evoca sì le criticità, ma in modo bonario e ridicolo, disinnescando il rischio di obiezioni che risultano già previste e superate da una metanarrazione ammiccante e consapevole.
Se Mattel brandiva il femminismo pop caro alla sinistra americana come scudo universale contro tutto - dall’evasione fiscale della fondatrice all’ambivalenza della bambola come icona di bellezza iperbolica e all-white – Unfrosted compie un’operazione per certi versi opposta: usare un umorismo (relativamente) più sboccato e politicamente scorretto, tipico della generazione di Seinfeld, per acchiappare il pubblico più conservatore delle famiglie che è il target naturale dei prodotti Kellogg’s/Kellanova. Così accanto al comico fanno capolino figure care alla destra o comunque note per la loro insofferenza al clima politically correct della Hollywood contemporanea, da Bill Burr a Jon Hamm che fa la parodia di Mad Men.