Venezia 71 - Hungry Hearts, la recensione
Replicando l'audacia stilistica del suo film precedente l'Hungry Heart di Saverio Costanzo non trova l'accompagna alla medesima forza espressiva e si perde
Sarebbe facile liquidare Hungry Hearts come un esperimento non riuscito (e chissà magari lo è davvero), perchè l'impressione è che non tutto funzioni correttamente in questa storia di due amanti che decidono di fare un figlio senza conoscersi troppo bene e che non riescono a gestirlo. Lei s'incaponisce su sensazioni personali e comincia a far fare una dieta paculiare al neonato, lui è convinto che sia sottopeso, a rischio di morte perchè non cresce e i medici sono preoccupati dunque lo sequestra, tutto è sottolineato dagli archi dello score di Psycho e da obiettivi deformanti come un film di Polanski. C'è anche una nonna che incombe come un personaggio lynchano.
Un inizio fantastico con una geniale prima scena (già coerente col tema nutrizionista) e dei titoli di testa con un'imprevedibile Flashdance usata in una dissonanza esaltante, come già Bette Davis Eyes in La solitudine dei numeri primi, lasciano intuire il meglio. Il film pare in forma, capace di coinvolgere da subito, e anche Adam Driver e Alba Rohrwacher s'intendono benissimo non appena stanno a meno di mezzo metro di distanza. Invece lentamente il film cambia, si ammorbidisce e sembra non aver più fiato. Come una sceneggiatura che avanza d'inerzia.
Alla fine la maniera in cui Costanzo lavora con il linguaggio dei generi è forse uno dei tentativi più interessanti che il cinema italiano sta portando avanti ma, almeno in questo caso, uno dei meno comprensibili e salvabili.