Venezia 72 - Everest, la recensione
Tarato più sulla sfida che sulla scalata e completamente dimentico del 3D, Everest ha decisamente bisogno dell'aggancio alla realtà per avvincere
Presentato Fuori Concorso alla 72esima edizione del Festival di Venezia
E forse la parte migliore del film è proprio quella della grande ricostruzione digitale in cui inserire attori reali, la maniera in cui piccoli uomini si battono contro grandi montagne, ripide lastre, terribili tempeste e tutto ciò che il corpo umano non è disposto a tollerare. Tuttavia in questo catastrofico classico (la sua natura è smascherata inevitabilmente dalla maniera in cui ogni personaggio è introdotto e caratterizzato per essere stereotipo) la tragedia sembra non essere frutto di un errore umano come siamo abituati a vedere, di un'arroganza o di imprudenza, semmai di una sete di conquista inappagabile, una che spinge tutti ad andare oltre quello che possono fare. Le decisioni meno condivisibili sono motivate dalla più indiscutibile delle pulsioni.

Dunque Everest non entrerà mai tra i film di scalate fondamentali (la presenza del 3D, che evidentemente avrebbe potuto aiutare, non è mai sfruttata, in nessun momento in nessuna maniera, come non ci fosse), perchè della scalata non gli interessa nulla, come sia possibile arrivare in cima ad una montagna importa molto meno di cosa sia necessario sacrificare per avere la determinazione richiesta per affrontarla. Mostrando cosa si rischia, quanto male possano andare le cose (e prima di vederlo ci viene ripetuto più volte a parole) il film ci prepara ad un viaggio nell'irragionevolezza in mezzo a uomini che cercano qualcosa che paiono non trovare nemmeno quando conquistano la loro meta. Obiettivo di una futilità tale che, in un simile film, impressiona e colpisce. Se non altro.