Venezia 72 - Heart of a dog, la recensione
Tarato su standard per fortuna totalmente fuori moda, Heart of a dog è uno dei più imbarazzanti tentativi di fondere videoarte e cinema visti in un festival
Attraverso il proprio cane e un repertorio di immagini lo-fi che rispecchiano qualsiasi idea preconetta che un adolescente può avere di "spirito artistico", Laurie Anderson parla di 11 settembre, mutamenti dell'America, videosorveglianza, cita Wittgenstein e grandi pensatori. Heart of a dog attraverso un cane che prima diventa cieco e poi muore vuole affiancare sensazioni grazie all'uso delle immagini ma la povertà di queste e la banalità inaccettabile del montaggio che dovrebbe dargli un senso lasciano sconfortati.
Non è difficile, nello sfondo di questo esperimento (in altra maniera non lo si può chiamare) vedere un paradossale tentativo di elaborare la morte del proprio compagno Lou Reed. Non viene mai nominato Reed ma la perdita lenta del cane è occasione per parlare della morte più in generale, di ciò che rimane e dell'eredità artistica. Tutto completamente fuori fuoco e ad un livello di astrazione dilettantesco.