Venezia 73 - La Luce Sugli Oceani, la recensione
Umido, ventoso ma terribilmente fiacco, La Luce Sugli Oceani non replica la strana dimensione sentimentale di Come un Tuono, anzi la normalizza
Primi novecento. Un uomo distrutto dalla guerra si autocandida come guardiano del faro su un’isola minuscola tra i due oceani. Vuole vivere da solo. I pochi contatti con il mondo li ha di tanto in tanto quando arriva sulla terraferma presso una famiglia locale. Lì la figlia del patriarca si innamora di lui ricambiata, lo sposa e si trasferisce sul faro dove sembrare riportare tutto alla vita, sembra ridare un senso ad ogni cosa. Il problema è che lei non riesce a produrre vita, due aborti la segnano e quando tutto sembra perduto arriva alla deriva una barca con un neonato e un cadavere. Lo faranno loro e inizierà un’odissea di colpe e assilli.
Il problema di questa storia di struggimento, in cui il dolore provoca azioni che portano ancora più dolore, non si sente mai la vera pena dell’animo, né riusciamo ad essere partecipi delle emozioni incontrollate che scatenano gli eventi. Nonostante La Luce Sugli Oceani replichi la struttura doppia di Come Un Tuono (ma senza la divisione netta in due parti), con due punti di vista su una stessa “contesa”, questo raddoppio non è usato per battere percorsi emotivi diversi dal solito.
Il pubblico è lì, come il faro, immobile a contemplare personaggi che si disperano e piangono. Invece che venire stupito da dove si annidino i sentimenti, come capitava nei precedenti film di Cianfrance, è così annoiato dalla prevedibilità di ogni reazione (e da una recitazione colpevolmente convenzionale) che anche le peggiori tragedie scivolano addosso.