Venezia 74 - Human Flow, la recensione
L'atteso documentario di Ai Weiwei è un'operazione più educativa che artistica, più compilativa che significativa
Non ci sono dubbi sul lavoro fatto e sull’imponenza della documentazione. Come già i documentari realizzati negli anni '80 dall'artista cinese, anche Human Flow è un documentario “quantitativo”, cioè non cerca di approfondire qualche caso che sia paradigmatico o paradossale, non vuole andare ad indagare le singole storie, non vuole trovare l’eccezionale o mostrare una storia da cui desumere un senso. Al contrario vuole mostrare le grandi masse, stupire con le reali proporzioni del fenomeno mondiale. In questo senso anche le sua durata (2 ore), per quanto pesante, è necessaria allo scopo: rendere la vastità del fenomeno.
In questa maniera Human Flow non solo non ha vero senso, ma rimane un documentario educational, che illustra le masse, spiega i numeri, mostra le proporzioni del fenomeno e la sua dislocazione (dove risiede il maggior numero dei migranti? Quanti si spostano via mare?), buono per una formazione medio-elementare (perché sceglie di non approfondire) e inutile come film propriamente detto, poiché l’uso che fa delle immagini è vacuo per non dire pessimo.
Nonostante non sia alle prime armi, lo stesso Ai Weiwei non sembra molto navigato come regista, né pare padroneggiare il genere: indugia sul ruffiano, si innamora della lacrima del bambino, spara il cadavere in primo piano, addirittura riprende un origami intrappolato nella rete dal vento. Un campionario di ingenuità acchiappalacrime. Difficile prenderlo seriamente per niente che non sia la mera documentazione.