W, la recensione
Dopo ogni apocalisse rimane un manipolo di persone, prese in compiti ripetitivi, la fine dell'umanità e forse l'inizio di qualcos'altro
La recensione di W, il film di Anna Eriksson presentato al festival di Locarno
È così, con budget irrisori, che questo film produce il suo immaginario posteriore all’apocalisse e si disinteressa di ciò su cui invece ogni altro film apocalittico si concentra. Cause, ragioni e intrecci. Non ciò che porta a quel mondo ma cosa quelle immagini possono dire di noi. Lungo questa serie di momenti accomunati dall’impressione di trovarsi di fronte a persone che seguono un protocollo antico prive di guida, come se i loro controllori fossero morti da secoli ormai e loro non conoscendo altro e non avendo più la testa per contrastare questi ordini continuassero ad eseguirli meccanicamente, vediamo un’opera imparentata tanto con la videoarte quanto con la vecchia estetica dell’età dell’oro della pubblicità televisiva (gli anni ‘80) e ovviamente con la storia del cinema, come testimonia un repertorio mai modaiolo e moderno.
Ci sono volti truccati di bianco di Blade Runner, il gotico anni ‘80, le deformazioni di Terry Gilliam ma pure il cinema illogico ma pieno di forza visiva di Russell Mulcahy. Insomma tutto un immaginario già digerito, come l’uso di specchi d’acqua come “pavimento” (materia da fantascienza molto molto saccheggiato dalla pubblicità che già lo rubava al cinema).
Peccato a tratti voglia anche trattare argomenti particolari d’attualità come il patriarcato o i problemi dell’Unione Europea, risultando velleitario. Questo tipo di film e di immaginario trovano un vero senso quando affrontano i valori più grandi, assoluti e non quelli particolari. E anche tutto un parlare di rivoluzione verso la fine fa più che altro sorridere, ma di nuovo, è evidente che nel cinema di Anna Eriksson sono le immagini a contare, non le parole.