West Side Story, la recensione
Un remake che non può trovare lo stupore dell'originale e cerca invece di essere più attuale, più moderno, più agganciato alla realtà
Il remake moderno di un musical fondato tutto sull’uso espressivo del colore è immaginato da Steven Spielberg e Janusz Kaminski senza colore, cioè con una fotografia per larghe parti desaturata.
In questa maniera tutto il film si distacca dal modello Romeo e Giulietta e insegue invece una storia che non è molto giovanile nei temi ma anzi è molto adulta e politica. Una storia che mette a fianco l’integrazione razziale con la speculazione edilizia, in maniere più delicate e meno arrabbiate o approfondite di Candyman, ma comunque con quello spirito.
Soprattutto, nonostante la presenza di tutte le canzoni dell’originale, West Side Story di Spielberg è molto meno un musical nell’anima perché della musica sembra importargli poco, la intende come un veicolo e non come il punto finale di tutto. Se l’originale aveva una storia classica come pretesto per girare uno spettacolo musicale incredibile, questo usa lo spettacolo musicale come pretesto per un racconto politico.
L’operazione più sofisticata di tutte in questo film che è decisamente più di testa che di sentimenti, più ragionato che sentito, è come Spielberg trasformi un film fatto di gang di uomini in lotta, in uno di donne e come lo faccia solo spostando di poco i pesi. È un movimento coerente con il tentativo di sottrarre il musical al palcoscenico e portarlo in strada, dove stanno le persone, dove si vive e si sogna davvero. Anche i passi di danza raramente hanno le iperboli di quelli classici e più la schietta semplicità del ballo moderno. Non può toccare i numeri musicali e la loro posizione, ma aggiunge scene, dà un’altra centralità ad Anita (eccezionale Ariana DeBose, l’unica di tutto un cast abbastanza moscio che si fa notare, capace di esprimere la grinta che racconta il suo personaggio e il suo numero musicale) e con garbo scivola dalle donne come motore per le lotte tra uomini alle donne come motore del proprio destino in un paese che sembra non avere spazi per i sogni americani.