Doveva essere a Roma ma il Covid l’ha impedito. Così Damien Chazelle è in collegamento, sul grande schermo con il suo faccione più giovane dell’età che in realtà ha, a dialogare con il direttore della Festa Antonio Monda che invece era seduto sul palco. E nonostante qualche incertezza iniziale la conversazione è stata abbastanza fluida.
L’importante era l’argomento: i musical. Chazelle ha presentato alcune clip dei film musicali a cui tiene di più, le ha commentate e tra le righe si è così capito ancora di più come sia arrivato a La La Land.

WEST SIDE STORY

DAMIEN CHAZELLE: “Come molti amo tantissimo questo film. L’ultima volta che l’ho rivisto era in sala, durante una retrospettiva, poco prima di iniziare a girare La La Land, eravamo io e il mio compositore. È un film su larghissima scala non come quelli di Fred Astaire, ma il lavoro di Robert Wise sul montaggio, proprio come taglia sulla musica e come si muovono i corpi è pazzesco. A differenza di altri musical e di come ho fatto io su La La Land questo è un film tutto tagliuzzato eppure è stupendo lo stesso”.

Come sai Spielberg lo sta rifacendo e forse può farlo migliore perché credo sia un regista migliore. Concordi?

DAMIEN CHAZELLE: “Concordo che Steven Spielberg è un regista migliore di Wise. Può fare un ottimo lavoro. Io l’ho conosciuto per The First Man su cui era produttore, ci ho parlato un po’ e in quel momento aveva firmato per fare questo remake ma aveva avuto molti feedback negativi da chi gli stava intorno e dalla stampa era molto angosciato. Cosa che mi ha fatto pensare, perché vedere Spielberg in ansia per un film è rassicurante per un cineasta giovane.
Sai, Pauline Kael massacrò West Side Story e non credo che fosse totalmente fuori strada, ovviamente è un film importante per la storia del musical ma credo ci sia margine per una nuova versione, specie lavorando sul cast e su location per essere più fedeli al testo di partenza. Attori ispanici e più vicini all’età dei personaggi. E poi diciamocelo: nessuno sa come muovere la camera e tagliare sui movimenti dei corpi meglio di Spielberg ad oggi, quindi gli dò il beneficio del dubbio”.

Hai visto qualcosa del film?

DAMIEN CHAZELLE: “No solo le prove dei numeri musicali che Spielberg ha ripreso con il suo cellulare. Non molto”.

LES PARAPLUIES DE CHERBOURG

DAMIEN CHAZELLE: “Questo film l’ho visto per la prima volta tipo a 18 o 19 anni e penso sia il film più importante della mia vita da cinefilo. Non ero un fan dei musical prima di vederlo, e siccome mi interessavo da quando ero adolescente ai film della Nouvelle Vague ne avevo sentito parlare da un po’, tuttavia essendo un musical non pensavo facesse per me. Per i primi 10-15 minuti credevo di non poterlo sopportare, perché non era un musical come ero abituato né era tipo l’opera, mi sentivo distante. Poi lentamente qualcosa è successo e non so nemmeno cosa, qualcosa che ha a che vedere con la distanza che il film creava, come se esistesse una porta sul retro tramite la quale le emozioni potevano passare e prendermi senza che me lo aspettassi. E non capivo come. Non era la storia molto semplice, era una chimica tutta strana. Alla fine del film ero completamente rapito e devastato, è un film molto commovente. Ero passato attraverso un viaggio immenso solo in quei 90 minuti, quindi ho cominciato a vederlo e rivederlo. Alla fine la mia teoria è che il senso di artificio iniziale è quello che lo rende più vero, perché abbatte una barriera, distrugge il codice solito di cosa è vero e cosa, no. Accade così che sei vulnerabile ad un livello diverso del solito. Vieni trasportato come su un piano trascendentale di poesia, musica e arte nel senso più astratto, sei oltre il solito filmmaking in un punto più ricco, puro e bello. È il più grande trucco nella storia del cinema e quello che più mi ha ispirato”.

DAMIEN CHAZELLE: “È curioso come io abbia suonato per tutta l’infanzia e amato il cinema, eppure odiavo i musical. Odiavo Singin in The Rain o i film di Fred Astaire. Certo ne apprezzavo il cantato e il ballo ma non sopportavo l’idea che un film si fermasse per una canzone perché non è così che si comporta la gente nella vita vera. Nei miei primi anni di cinefilia guardavo Hitchcock, quello mi piaceva! I musical erano una follia per me.
E poi Les Parapluies de Cherbourg è così ordinario! I musical erano così esagerati, fondati sullo spettacolo, tutto “That’s entertainment!” ma la versione francese, cioè la storia di due persone che cantano di aprire una pompa di benzina! E nemmeno finisce come finiscono i soliti musical, non pensavo che si potessero fare musical così, e ho rivisto sotto quella luce tutti gli altri, riconsiderandoli”

MEET ME IN ST. LOUIS

DAMIEN CHAZELLE: “Tra i classici musical degli studios questo è uno dei più vicini all’approccio francese, è una storia di gente ordinaria di una famiglia ordinaria. Addirittura è basato su una serie di romanzi autobiografici su come sia crescere nella borghesia di inizio secolo. Se vedi il film, il problema maggiore è che la famiglia si deve spostare a New York. Non una grande conflitto, né una cosa grossa su cui basare un musical, non un grande concept, tutto molto intimo e privato.
E anche nel ballo e canto c’è molto un senso di domestico, ad esempio il mio dettaglio preferito di questa scena sono i fratelli piccoli che scendono le scale e guardano. Oppure all’inizio c’è tutta una sequenza sul fare un tipo particolare di ketchup. Amo tutta questa ordinarietà”.

Ti piace Vincent Minnelli?

DAMIEN CHAZELLE: “Sicuramente dopo Jacques Demy è il mio regista di musical preferito. È famoso più che altro per il suo uso del colore, per come lo rende un personaggio dei suoi film, in modi che nessun altro ha fatto dopo di lui, ma penso che come gli altri maestri di Hollywood sia innanzitutto un maestro del movimento. La fluidità di come la camera si muove dentro e fuori in questa coreografia complicata è pazzesco, e il primo stacco arriva dopo tantissimo tempo ma non te ne accorgi.

SPETTACOLO DI VARIETA’

DAMIEN CHAZELLE: “In questa scena adoro la maniera in cui Minnelli ci fa entrare con grazia dentro al numero musicale. All’ingresso nel parco la musica è giustificata diegeticamente, perché c’è gente che balla un lento e poi con una progressione entriamo nel numero musicale:: sono entrati, vedono la gente ballare e poi quella musica diegetica diventa più bella e spigliata, e lentamente entrano in punta di piedi nella danza. È proprio l’idea cruciale del musical per me: il ballo dovrebbe essere inseparabile dalla camminata di un personaggio e dal suo linguaggio del corpo. Persone diverse ballano in modi diversi così che non hai mai l’impressione che un coreografo sia sceso dal cielo e abbia fatto danzare tutti. Questo ballo è proprio un dialogo intero, due persone che si confessano e che non riuscivano a parlarsi ma con la danza invece ci riescono. Cinema puro al suo meglio”.

Preferisci Gene Kelly o Fred Astaire?

DAMIEN CHAZELLE: “Non lo so, non credo di poter scegliere. Perché Fred Astaire è molto asciutto e leggero, al posto di Kelly che invece è più mascolino e atletico. Eppure poi non posso negare che Gene Kelly sia sempre riuscito a spingere in avanti quel che si può fare con il ballo, sempre un passo avanti agli altri con invenzioni incredibili”.

CAPPELLO A CILINDRO

Hai mai desiderato di vivere in un musical?

DAMIEN CHAZELLE: “Forse sì, ma in modi diversi da come accade in La rosa purpurea del Cairo, perché nel mio cervello c’era sempre una parte che quando vedevo i musical pensava a come fossero stati fatti. Ero ossessionato dal trucco, da questa magia dei musical di Fred Astaire che mascherano il duro lavoro. Parte dell’utopia di un musical è proprio il fatto che i migliori sembrano fatti senza sforzo, senza il sangue e il sudore dei 50 ciak che faceva Astaire, senza far capire che i piedi di Debbie Reynolds sanguinavano in Singin In The Rain. Nulla di tutto ciò solo gioia senza sforza e senza l’impressione della maestria che serve a crearla, tutto pare naturale, un ballo naturale da fare sotto un gazebo mentre piove”.

Ti piace Ginger Rogers?

DAMIEN CHAZELLE: “La adoro, per me è l’anima di quei film fatti con Astaire, la vera ragione per cui sono così speciali. Non è solo quel che fai con i piedi ma quel che fai con la faccia, e se guardi lei cosa fa con il volto, le emozioni che veicola, come recita proprio, dà a quei numeri musicali una grande profondità e questo è più spettacolare di quanto facciano Gene Kelly o Fred Astaire”.

SINGIN IN THE RAIN

DAMIEN CHAZELLE: “È sempre difficile tracciare una linea che demarchi dove finiva il lavoro di Gene Kelly e dove iniziava quello di Stanley Donen. Chiaramente accadeva qualcosa di speciale quando collaboravano e sono pure un gran fan di È sempre bel tempo, che invece non andò bene all’epoca.
Alla fine credo che fossero collaboratori nel vero senso della parola. Penso che non si trattasse di un merito solo di Kelly, alcuni dei musical fatti da Stanley Donen da solo come 7 spose per 7 fratelli usano la macchina da presa come un strumento per lo storytelling in modi incredibili, ma di certo è insieme che hanno dato il meglio”.

LA LA LAND

È stato difficile convincere Hollywood a fare un musical?

DAMIEN CHAZELLE: “Prima di La La Land c’erano stati dei musical che avevano funzionato ma erano basati su show di Broadway, non erano originali. La cosa difficile era fargli accettare un musical con musica scritta dal mio coinquilino al college. Per questo ci è voluto un po’ per metterlo in piedi”.

Il cast era quello dall’inizio?

DAMIEN CHAZELLE: “In realtà loro due erano il cast dei miei sogni quando lo scrivevo. Specialmente Emma Stone, era il periodo in cui aveva fatto Easy Girl. Ma non mi sembrava realistico, non avevo nemmeno girato Whiplash all’epoca. Speravo che La La Land potesse essere il mio primo grande film, mi ci è voluto un po’ per rassegnarmi e fare prima Whiplash, che avendo un piccolo budget e un cast ridotto era più facile. E alla fine è stato meglio così, perché in questo modo, grazie a Whiplash, sono riuscito a convincere Ryan e Emma a prendersi un rischio”

Loro come hanno reagito alla proposta di un musical?

DAMIEN CHAZELLE: “Gli ho spiegato subito che non volevo che facessero finta di essere come Astaire e Rogers, non sarebbero mai dovuti sembrare ballerini allenati ma persone comuni che ballano. Praticamente Jacques Demy, uno stile di ballo con i piedi per terra realizzato da persone che aspirano ad essere come i modelli hollywoodiani ma sono imperfetti. E anche il canto sarebbe stato un po’ parlato. Invece i musical recenti come Chicago e Dreamgirls sono diversi, molto da palco. Alla fine credo che l’uno non l’avrebbe fatto se non avesse accettato anche l’altro, perché si conoscevano già e sapere di avere accanto a sé l’altro gli dava fiducia in questo salto dalla scogliera. Del resto non mi conoscevano e Whiplash non era buon indizio su come sarebbe potuto essere questo film.
Sai alla fine non c’è genere imbarazzante come il musical, sia per il filmmaker che per chi lo fa. Sei nudo in tutti i sensi quando fai un musical. Si tratta di combattere il ridicolo”.