Si è a lungo parlato del fatto che Netflix avrebbe potuto comprare delle sale. Poi Netflix è diventato una delle “grandi major” a tutti gli effetti (è entrato nella MPAA) e come noto in America gli studios non possono né possedere sale cinematografiche né imporre la programmazione dei propri film alle stesse.

Questo almeno fino al 2020 quando probabilmente, per effetto di una decisione del Dipartimento di Giustizia, il divieto imposto nel 1948 per evitare che la Paramount comprasse delle sale e i grandi studios creassero un cartello mettendo in minoranza gli indipendenti, scomparirà. Questo non significa automaticamente che gli studios potranno fare cartello o imporre la programmazione.

Come spiegato in maniera chiara da Makan Delrahim, Assistant Attorney General del Dipartimento di Giustizia, uno dei motivi per i quali quel decreto del 1948 sarà lasciato decadere è il mutamento del business della distribuzione e l’altro è il fatto che l’infrastruttura legale con riguardo alle pratiche antitrust è molto migliorata rispetto agli anni ‘40. Dunque cade questo divieto ma rimangono tutte le regole antitrust finalizzate ad impedire posizioni dominanti.

Quello che ci auguriamo è che la fine di questa regola possa sospingere l’innovazione in un’era in cui nuovi modelli di business si stanno affacciando” ha detto Delrahim. Non la pensa così sia l’associazione degli esercenti americani e sia il sindacato degli sceneggiatori, per i quali quel decreto ha ancora la sua utilità.

Quello che accadrà di fatto è che una major potrà possedere delle sale e in quelle chiaramente programmare quel che ritiene opportuno (come per qualsiasi esercizio commerciale vige la libertà d’impresa). Quel che non potrà fare è occupare una posizione dominante nel settore. Il che significa che fino a che è garantita la pluralità, fino a che ognuno ha il proprio spazio, non ci sono problemi. Qual è questo spazio? Se tutte le major comprano delle sale, tenendo in equilibrio il mercato, verrà considerato che uno spazio devono averlo anche gli indipendenti? Non è dato saperlo al momento e prevedibilmente è la paura degli sceneggiatori, mentre quella degli esercenti è di vedersi imposte tariffe e film.

In America come in Italia ad oggi i film spesso si comprano a pacchetti (“block booking”) cioè chi vuole programmare un grande blockbuster che gli garantirà buoni affari deve comprare un pacchetto che contiene quel film ma anche altri, medi o minori, che deve programmare alla stessa maniera. Questo garantisce che i cinema non programmino solo film grandi ma che ci sia spazio anche per i piccoli (o meglio garantisce agli studios che non gli venga comprato un solo prodotto ma una varietà).

La decisione del Dipartimento di Giustizia non è quindi non è campata in aria e soprattutto la sua finalità è benedetta, cioè favorire un cambiamento in un sistema che è identico dagli anni ‘40. Di fatto però è anche impossibile sapere se il resto dell’infrastruttura legale statunitense sia o meno in grado di impedire la marginalizzazione del cinema indipendente.
Sono cambiate così tante cose in questo mezzo secolo che è molto improbabile che si possano creare cartelli come quelli per evitare i quali la legge fu creata” ha concluso Delrahim.

Gli occhi di tutti, ovviamente, andranno sulla Disney, lo studio che ha comprato la Pixar, la Marvel, la Lucasfilm e la 20th Century Fox (salvo poi chiudere i film del suo archivio in una cassaforte in modo che non vengano più proiettati per aumentarne il valore sul mercato home video).
Il megastudio di produzione già ha una grandissima presenza sul territorio ad ogni uscita dei suoi film, in virtù del loro grande appeal e dei grandi incassi e avere delle sale non farebbe che enfatizzare tutto ciò (senza contare che i film chiusi in cassaforte forse potrebbero finire in esclusiva in quelle sale di proprietà).

Ma il mercato oggi non è fatto solo da Disney e dagli altri studios tradizionali, come detto in apertura sono gli streamer come Netflix o Amazon (tra cui poi andrebbe annoverata anche Disney, ironia della sorte, ma è un’altra storia) che potrebbero adottare nuove soluzioni e considerare un modello ibrido. Il business dell’esercizio cioè potrebbe diventare una parte di quello digitale. O molto altro.

È senza dubbio un salto nel buio parzialmente imprevisto dall’industria ma uno che potrebbe anche ribaltare l’attuale crisi della sale aprendo a nuovi modelli di business.