Fin da quando ha sfondato nel mainstream e nei milioni di dollari con Guardiani della galassia, James Gunn si è fatto la fama di autore irriverente, controcorrente, uno che fa un po’ quello che vuole anche all’interno di gabbie creative rigidissime come può essere quella di un film Marvel. Impressione solo rinforzata da quella storiaccia del licenziamento per via di vecchi tweet non particolarmente presentabili se associati a un regista di film per minorenni: che ribelle James Gunn, che dice tante parolacce ed è al centro delle nostre attese!

Tromeo and James

Tutto questo discorso vale ovviamente solo se avete scoperto Gunn con il suo terzo film e con il suo salto nel mondo della tripla A; se avete seguito la sua carriera fin dagli esordi con la Troma sapete bene che I Guardiani della galassia è piuttosto la dimostrazione di cosa succede quando James Gunn viene tenuto a freno e non può fare tutto quello che vuole. Siete fan dell’ultima ora e non ci credete? Siete seguaci di Gunn dal 1996 e volete la conferma che avete sempre avuto ragione? Da pochi giorni su Netflix c’è Slither, il debutto in solitaria dietro la macchina da presa del signor James Francis Gunn Jr. nonché la plastica rappresentazione di quello che succede a un film quando si lascia al suo regista la libertà di scrivere e girare tutto quello che gli passa per la testa, non importa quanto estremo.

La prima volta che Gunn si è cimentato con la regia è stato nel 1996 come spalla di Lloyd Kaufman in Tromeo & Juliet, e nel caso il titolo non fosse abbastanza chiaro lo esplicitiamo: stiamo parlando di una parodia di Romeo e Giulietta prodotta dalla Troma, e dunque piena di sangue, sesso, violenza, parolacce, blasfemie e Lemmy dei Motorhead a fare il coro. La prima volta però che Gunn ha potuto fare tutto da solo arriva solo dieci anni dopo, quando il ragazzo scrive e dirige Slither e riesce a convincere Nathan Fillion ed Elizabeth Banks a farsi ricoprire di sangue e budella aliene per raccontare la sua storia di lumache spaziali che trasformano la gente in zombie.

Why don’t you slide into my room?

Quando uscì, Slither fu additato come un remake non ufficiale di una ventina di film diversi, da Dimensione terrore a Brood di Cronenberg. La verità è che Slither è una sorta di Frankenstein che copia, cita, assimila e rielabora trent’anni di cinema dell’orrore e del disagio fisico provocato dai mostrini che ti entrano in pancia – il genere di omaggio che negli anni successivi si farà sempre più frequente e onnipresente, a cui però Gunn dà una svolta comedy/redneck che dona al film un’identità e un carattere unici.

La vicenda raccontata è senza ombra di dubbio una mezza cover di Dimensione terrore: Slither è una storia di zombie che diventano tali grazie all’intervento di una notevole quantità di vermazzi rossi venuti dallo spazio, esattamente come nel classicone di Fred Dekker interpretato (questo segnatevelo come trivia da giocarvi alla prossima cena cinefila) dal fratellastro di Blake Lively. Ma è anche la storia di come una cittadina del profondo sud degli Stati Uniti reagisce a questa invasione, ed è tanto un horror quanto una collezione di tipi umani e momenti comici che starebbero benissimo anche in un altro film, uno ambientato nella stessa cittadina ma senza i vermi venuti dallo spazio che ti trasportano in zombie.

Elizabeth Banks e il distanziamento sociale.

Quante viscere, quanto ridere

In questo va detto che Gunn è aiutato da un casting fuori scala. A parte Fillion e Banks, che al tempo (soprattutto la seconda) erano ancora all’inizio della loro carriera, in Slither c’è il sempre gigantesco Michael Rooker, il sempre affidabile Gregg Henry, uno dei più grandi caratteristi degli anni Ottanta, la futura star di The Office Jenna Fischer… a ciascuno è affidato il compito di dare vita a una qualche forma di caricatura rurale (Rooker è il ricco ignorante con la trophy wife, Henry il sindaco cocainomane, Fischer una diretta citazione di Lucy di Twin Peaks) e di recitare ogni scena, anche quelle più splatter ed estreme, come se fossero i buffi personaggi di una commedia redneck.

Il risultato è un contrasto fortissimo e vincente tra la scrittura brillante e le sequenze horror, che si fanno via via più intense e disgustose: Slither non smette mai di fare ridere indipendentemente da quanti esseri umani stanno venendo assimilati nel corpo purulento di un orrido alieno grosso come un fienile. E non smette mai di disgustare anche quando le one liner diventano più numerose degli schizzi di sangue. È un film con due anime in perfetto equilibrio la cui coesistenza dimostra una volta di più che commedia e orrore hanno molto in comune, una lezione che verrà un po’ dimenticata nel decennio successivo nel quale la situazione per il genere si è fatta via via più meta- e post- e sempre meno gustosamente splatter.

«Eh? Vuoi offrirmi una mentina?»

Nonostante una manciata di ottime recensioni, Slither andò malissimo al botteghino per lo stupore di tutte le persone coinvolte nella produzione, che erano, e a ragione, convinte di avere per le mani un gran film. Il fallimento non impedì a Gunn di proseguire la sua carriera con il bellissimo (e violentissimo) Super, prima del grande salto in casa Marvel, né impedì al film di diventare oggetto di culto e amatissimo da una folta e sempre più rumorosa (e prevalentemente americana) platea. Ora che Slither è anche su Netflix potrebbe essere arrivato il momento della consacrazione definitiva anche da noi?