Cannes 71: nel programma più sottotono degli ultimi anni niente Netflix, poca Hollywood, molta Italia
L'edizione 71 del festival di Cannes si presenta moscia come pochi altri anni, a tirarla su, davvero, potrebbero essere gli italiani
Il direttore del festival Thierry Fremaux lo ha spiegato affermando che spesso il festival è stato criticato perché ad essere invitati sono sempre gli stessi nomi (che è vero) e dunque hanno preferito aprirsi al nuovo. La risposta è pretestuosissima, poiché il nuovo è anche hollywoodiano, e perché sappiamo tutti che il festival ha bisogno, tantissimo, di star, visto quanto ha bisogno di copertura (tantissimo). Sembra difficile che non abbiano “voluto” film di grandissimi autori o grandissime star e si può dire con un buon margine di certezza che questa "scelta" non dispiacerà ad altri direttori di grandi festival europei.
Di certo c’era poco tra cui pescare, i film di alto profilo pronti per Maggio non sono propriamente molti, ma lo stesso questa notizia avrà un impatto potente sull’affluenza al festival che invece si è riempito di Medio e Estremo Oriente. Nomi anche qui impeccabili, Lee Chang Dong, Zhang Yimou, Wang Bing, Jia Zhang Ke, Jafar Panahi, davvero il meglio del meglio, ma con un richiamo decisamente minore anche considerando solo i loro stessi paesi di provenienza!
Ad alzare tutte le medie sarà la presenza di Solo, lo spin off di Guerre Stellari (“il terzo film dell’universo Guerre Stellari ad essere presentato a Cannes” ha detto Fremaux) ma già si sapeva. Come già si sapeva di Javier Bardem e Penelope Cruz in Everybody Knows il nuovo film di Asghar Farhadi che aprirà.
Nonostante qualcosa tra oggi e l'inizio del festival ancora sarà annunciato, quello che genera aspettativa a questo punto (oltre alle consuete scoperte impreviste che, fuor di retorica, sono sempre la parte migliore) è il film su Papa Francesco di Wim Wenders, la presenza di David Robert Mitchell (autore di It Follows) in concorso, al pari di Serebrennikov (autore russo fortissimo ancora mai stato in competizione) e i suddetti asiatici a cui si aggiunge l’ospite fisso Hirokazu Kore-eda e la new entry Asako I & II di Ryusuke Hamaguchi, cineasta giapponese molto poco noto. Sono anni che il Giappone non sforna autori nuovi e stimolanti, la presenza di questo film nel concorso fa ben sperare.
Chiude il cerchio delle aspettative, e non certo con euforia, BlacKkKlasman Spike Lee con Adam Driver. Spike Lee negli ultimi anni non ha propriamente dato il meglio con il suo cinema “libero” e “da festival”.
A corredo, Valeria Golino torna in Un Certain Regard con Euphoria dopo il buon successo che aveva riscosso sempre in quella sezione con il suo primo film, Miele.
Certo a guardare i “non selezionati” (per varie ragioni) è evidente che fanno molta più impressione dei selezionati: Mike Leigh, il Suspiria di Guadagnino (ancora lo stanno montando), Loro di Paolo Sorrentino (ma chissà forse rientra dalla finestra visto che Fremaux a domanda ha risposto: “Ancora stiamo cercando di capire come proiettarlo”), Olivier Assayas, Mia Hansen-Love, Laszlo Nemes (autore di un grande exploit qualche anno fa con il bellissimo Il Figlio di Saul), il primo film americano di Jacques Audiard, il vincitore di Palma D’Oro Nuri Bilge Ceylan, il Maradona di Asif Kapadia e il nuovo film di Lars Von Trier con Matt Dillon.
In particolare Von Trier fu “bannato” da Cannes anni fa, etichettato come “persona non grata” per una battuta che ironizzava sul nazismo (battuta molto scema ma innocente, immediatamente fraintesa come un seria apologia di nazismo, da cui l’ostracizzazione). Quindi nonostante fosse naturale pensare di non trovare il suo nuovo film lo stesso, a domanda diretta, Fremaux ha risposto che tra un paio di giorni sapremo se ci sarà o no (significa che con buona probabilità ci sarà, magari film di chiusura, una sorta di purgatorio).
Infine quella che doveva essere una nota di colore è diventato il dato più rivelatore di tutta la conferenza stampa: la storia dei selfie banditi dal tappeto rosso.
Questa dovrebbe essere archiviata per la scemenza che è, cioè è scemo affermare un “diritto al selfie” ed è scemo che il festival faccia la “guerra ai selfie”. Ma ancora più paradossali appaiono le motivazioni e le modalità di questa guerra che sono state spiegate in conferenza. Sia Pierre Lescure (presidente del festival) che Thierry Fremaux (direttore del festival) hanno spiegato a turni prima che i selfie sul tappeto rosso bene o male non li fanno le delegazioni ma gli invitati, cioè che non sono le persone di cinema che vivono la sacralità del momento a creare gli intoppi e le lungaggini o quella dinamica che i due tanto odiano, ma “quelli che prendono un invito dal comune o dagli sponsor, vestendosi come mai hanno fatto in vita loro”.
Sostanzialmente hanno dato la colpa ad una categoria dei loro spettatori ed invitati, dipingendola come un corpo estraneo e burino. Sia chiaro che questa cosa è vera, chiunque sia stato al festival e abbia visto la fila di persone che entrano alle premiere ha la stessa identica impressione, ovvero che l’80% degli aventi un invito non siano propriamente appassionati di cinema ma più presenzialisti, persone del mondo dello spettacolo come anche no, interessate a farsi fotografare e fare l’esperienza del red carpet. Ma un conto è fare una valutazione individuale e un conto è che il festival ufficialmente dia loro la colpa, in un modo così generico, facendo di tutta l’erba un fascio e descrivendoli in quel modo con quella boria aristocratica!
Una simile prospettiva fa bene coppia con la decisione di non avere film di Netflix in concorso.