I 5 finali de Il ritorno del Re sono uno più bello dell’altro | Un film in una scena
Si è molto criticato Il ritorno del Re per il suo eccesso di finali. Eppure, oggi più che mai, ogni singola sequenza è ancora meravigliosa
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Checché ne dica Peter Jackson, si può definire quanto meno un’impresa titanica.
Nemmeno le recensioni dell’epoca avevano chissà che obiezioni da fare al trionfo cinematografico che avevano davanti. Ne abbiamo parlato ampiamente qualche giorno fa. Solo Variety accennava a quello che sarebbe poi diventata una delle principali critiche. Scrivono infatti: “Il ritorno del Re è un film di 200 minuti dal ritmo frenetico senza un grammo di “grasso” di troppo. Almeno fino ai molteplici finali inopportuni che vanno avanti all’infinito, come se Jackson non riuscisse a lasciar andare il film”.
Abbiamo recentemente rivisto il film nella nuova versione 4K nella cornice della sala Energia di Melzo e, francamente, anche oggi come allora, l’interminabile conclusione è un momento di assoluta bellezza che non va cambiato di una virgola.
Il signore degli Anelli lavora con il tempo del racconto. È un lungo film di 9 ore (12 se si considerano le edizioni estese), che sceglie la sua dimensione epica proprio nell’abbondare di trame. Non c’è un elemento utile e uno inutile ai fini del risultato finale. Ogni sequenza, anche quelle più marginali (come la lunga festa iniziale ne La compagnia dell’Anello) vanno a riempire l’immaginario del mondo di fantasia. L’emozione così forte alla fine del viaggio viene proprio dalla quantità di esperienze vissute insieme a questi personaggi. Dai momenti più umili nella terra e nel fango, alle più sublimi vittorie.
E allora la conclusione della missione di Frodo non è assolutamente il finale della storia. Peter Jackson fa esattamente come il suo personaggio: si ferma sul ciglio che segna la fine. Guarda ancora una volta l’Anello, lo stringe tra le mani e non vuole gettarlo.
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Regala le risate liberatorie della Compagnia riunita per la prima volta dopo tanto tempo. Li rallenta, certo in una maniera un po’ bizzarra, ma sono i primi istanti di sollievo dopo tante ore di sofferenza e morte. L’ultima volta che abbiamo visto Gandalf stava versando una lacrima per la sorte degli Hobbit che temeva di avere mandato a morte. È un bel primo piano il suo. Tenero, bonario e liberatorio.
Con che inquadratura incredibile prosegue poi la sequenza: gli amici riuniti intorno al letto riempiono lo schermo in una maniera che solo il cinema (e quindi l’immagine proiettata su uno schermo enorme) può fare. Ogni personaggio racconta una storia. Ognuno potrebbe avere un proprio primo piano. Invece sono finalmente insieme dopo tanto, ed è compito dello spettatore decidere cosa guardare.

Gli Hobbit giocano e si abbracciano sereni, mentre Aragorn e Legolas porgono i loro rispetti. Gimli si pulisce l’occhio dalla lacrima che gli sta scendendo, e Gandalf inizialmente composto mette le mani ai fianchi con la bonaria aria di rimprovero che lo contraddistingue. La scena non può che chiudersi con il sorriso di Sam.
Il secondo finale chiude invece la trama politica che presta il titolo al film: il Re è tornato. L’incoronazione di Aragorn avviene in una Minas Tirith gremita. Ma il vero colpo di scena è un altro: l’incontro con gli Hobbit. Il grande e solenne incontra il piccolo e umile. Quale migliore immagine per raccontare l’epica Tolkieniana e tutto l’amore dell’autore per ciò che è semplice? Le costruzioni della società, le istituzioni, si inchinano agli eroi silenziosi che, non visti e non temuti, hanno cambiato le sorti di un’era.

Il ritorno alla Contea è caldo. L'anziano che osservava gli Hobbit e Gandalf nel primo film ritorna ne Il ritorno del Re. Lo vediamo incrociare gli occhi degli avventurieri, ma lo scambio è completamente diverso. Ora c’è orgoglio nella posa di chi, dall'alto di un cavallo, è di nuovo a casa. La Contea non è cambiata, e nemmeno i suoi abitanti, ma i nostri protagonisti sì. Ci sono ferite che non si potranno togliere (come Frodo) e c’è un nuovo coraggio nel prendere in mano la propria vita come fa Sam.

Non parla, non descrive, mostra dei gesti che solo chi ha compiuto l’intero viaggio può comprendere. Quanta vita vera che c’è dentro queste immagini, quanti sentimenti autentici. Non sono più Hobbit, non siamo più in un regno di fantasia: è un’immagine eterna fuori dal tempo e dallo spazio. Un momento di recitazione spontanea ed immedesimata. Gli amici scherzano, ridono e fremono per Sam. Lo prendono in giro in maniera vistosa perché gli vogliono bene. Noi sappiamo che stanno tifando per lui. Un velo di malinconia negli occhi di Frodo ci accompagna però al quarto finale.
L’eredità di Bilbo è stata raccolta. La storia è continuata. Ma ora anche il nostro narratore ci deve lasciare. Si merita il riposo e la pace. Ci si prepara al saluto finale, mettendo un punto all’ultima riga e lasciando altre pagine vuote. Non è un addio di morte, ma è l’inizio di un qualcosa di nuovo. C’è tanta fragilità in Bilbo, e quanta tenerezza che riesce a infondere Ian Holm quando lo zio china la testa sulle spalle del nipote.

Frodo, Sam, Merry e Pipino si abbracciano per non lasciarsi andare. Come con l’Anello, ma per un legame ancora più forte. Non servono parole, mentre l’Hobbit si allontana con Gandalf. La colonna sonora di Howard Shore lascia scorrere le emozioni prima dello schermo nero.
Peter Jackson ci lascia ancora un istante, un ultimo respiro prima del congedo con il film. È il quinto finale: l’inizio della nuova vita di Sam. Si ritorna a casa. Chiusa la porta su questo mondo di fantasia si riaccendono le luci della sala. Le immagini non possono più andare oltre, ma gli abitanti della Terra di Mezzo continuano le loro avventure da dietro quel telo bianco e nel ricordo lasciato in chi ha visto. È questo il cinema per Peter Jackson.
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