Il Signore degli Anelli: la Compagnia dell'Anello, Sam e il viaggio della vita | Un film in una scena
La Compagnia dell'Anello parla di un villaggio chiuso al mondo e di due giovani che trovano la vita e l'amicizia rischiandola nel viaggio
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A Frodo occorrono un paio di secondi per rendersi conto che il compagno è rimasto indietro. “Ci siamo” dice Sam con il volto teso. Dietro di lui uno spaventapasseri sgualcito con le braccia aperte segna le due direzioni: la Contea e il resto del mondo. “Se faccio ancora un passo non sarò mai stato così lontano da casa mia” continua lo Hobbit. Frodo si gira e si avvicina a lui. “Forza, Sam!” Risponde, mentre l’inquadratura si fa più ampia. I due sono piccolissimi nel paesaggio sconfinato. Le colline all’orizzonte e la strada senza fine suggeriscono un viaggio interminabile. Ma l’amico si avvicina, non lo prende per mano, non lo trascina. Semplicemente lo aspetta. E quando riesce a completare il passo più lungo che egli abbia mai fatto, gli batte la mano sulla spalla. Stanno diventando adulti. Stanno uscendo di casa per il viaggio della vita.

Frodo e Sam invece hanno dentro la curiosità giovanile, e quindi la vita vera. Sbagliano ingenuamente, hanno i piedi grandi adatti per camminare, ma non sanno come usarli per intraprendere la strada giusta. “È pericoloso uscire dalla porta, ti metti in strada e se non dirigi bene i piedi non si sa dove puoi finire spazzato via” dice sempre Bilbo.
Peter Jackson sa che i luoghi de Il Signore degli Anelli vivono di vita propria. Le torri di Gondor sono descritte come una dama splendente di una bellezza divina, i suoni dei boschi sono una culla che ripara o labirinti in cui perdersi. Le persone sono espressione del posto in cui crescono. L’architettura degli elfi ricorda i loro volti. Le miniere dei nani sono una paradossale ricerca di altezza in profondità. Mordor è tetro, spigoloso, solo le pietre o esseri senz’anima possono viverci.
La Compagnia dell’Anello si regge su questo: l’andare. Ogni confine superato è un tassello in più della scoperta di sé. Si viaggia leggeri (come dice alla fine Aragorn), ma non da soli. La parabola degli Hobbit nel primo film è proprio questa: affrontare la strada in due. Poi in quattro. Poi in nove. Perdersi e ritrovarsi.
Poco prima del Concilio di Elrond, Frodo crede di avere completato la sua missione. È pronto a ritornare a casa. È quasi la presenza di Bilbo a ricordargli la Contea, gli prende la nostalgia di ritrovare le mura confortevoli e ben conosciute. Quest’ultimo è invecchiato a causa della distanza dall’Anello, certo, ma nel simbolismo del film appare anche come una conseguenza del viaggio. Il tempo ha ricominciato a scorrere, e la vita forse si fa più breve, ma le montagne ritrovate, i ruscelli d’acqua e le cascate, i vecchi amici di un tempo danno, valore a questi giorni.

Ci sono strade che si vogliono prendere e altre che si desidera evitare, ma che sono spesso inevitabili. Come quando Gandalf si toglie il peso di decidere se passare tra le miniere di Moria e affida la scelta a colui che porta l’Anello. Gandalf conosceva il suo destino? O forse voleva solo risparmiare a Gimli il dolore di dover attraversare quel cimitero dei suoi cari. Nonostante questo lo stregone accetta controvoglia il passaggio obbligato. Nel frattempo il gruppo prende con sé un altro viaggiatore. Una figura nell’ombra che li osserva da lontano “da tre giorni”: Gollum.
Esita infatti sul finale. Sta fermo tenendo in mano l’anello che l’ha portato a vedere il mondo e a scrivere la propria storia, ma che l’ha anche allontanato da tutti. Vorrebbe liberarsene e gettarlo nell’acqua, ma il peso di quel gesto lo immobilizza.
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In un film dove le mani continuano a volere, a desiderare, a prendere e rubare, gli Hobbit hanno mani che salvano e che si tendono in aiuto. Il resto del gruppo non può più proseguire. Ma può ancora aiutare gli Hobbit dalla distanza. Restando fedeli gli uni con gli altri e spianando la strada ai due piccoli eroi. La via si divide, il viaggio è diverso, ma la meta è ancora la stessa.