Torino 33 - Chi è Terence Davies e perchè si è meritato il Gran Premio Torino
Abbiamo intervistato Terence Davies, uno dei registi più importanti eppure meno conosciuti dei nostri anni
Il fatto di assegnare quest’anno il Gran premio Torino a Terence Davies è uno degli atti più necessari e doverosi di riconoscimento cinefilo ad un autore tra più incomprensibilmente sconosciuti.
Comprensibilmente saranno moltissimi coloro i quali sentono per la prima volta questo nome, eppure si tratta di un cineasta che esordisce nel lungometraggio nel 1983 e in questi trent’anni ha realizzato 8 film di cui 3 negli ultimi 7. Non una produzione troppo feconda ma nemmeno risicata, specie considerato che tra questi si annidano alcuni dei colpi d’autore più clamorosi dei loro anni.
Quando non sono espressamente una messa in scena dei suoi ricordi le opere di Terence Davies sembrano ambientate nel sogno di qualcun altro, vivono di atmosfere sospese e sono in grado di suscitare i sentimenti più consueti attraverso percorsi mai esperiti. Davies gira spesso intorno al melodramma ma vive un cinema libero dalle regole del genere, le sue storie sentimentali sono quasi sempre finalizzate all’affermazione di femminilità idealizzate, lontanissime da ogni realismo eppure prossime alla cristallizzazione del sentimento inteso nella sua accezione più pura ed astratta. Nonostante ricerchi un forte realismo è anche evidente che lo mette a frutto in scene da un mondo remoto e distante.
Questa storia gigante ha delle qualità da Via col vento, ha cercato quel modello?
TERENCE DAVIES: “Beh di certo non avevamo quel budget! Certo c’è una grande epica ma è un paragone davvero troppo grosso per me. Inoltre quando un film è finito non lo sento più mio, mi trovo sempre a chiedermi cose come da dove mi siano venute certe idee o perché abbia compiuto certe scelte, è così strano….”
TD: “Scrivo tutto nella sceneggiatura, mi segno se dovrò usare un carrello oppure mi servirà un dolly per una certa scena, e quindi anche se voglio una musica o un silenzio. Devo fare così per forza perché con i pochi soldi che riesco a racimolare devo realizzare lo script più preciso e secco possibile, in modo da avere quello che mi serve solo quando mi serve. Con i miei budget non posso decidere all’ultimo momento, è una questione pratica.
Alla fine scrivo tutto quel che vedo e sento eppure alle volte sono solo fortunato, magari so che una certa scena ha bisogno di qualcosa ma non so cosa e a quel punto sento una canzone alla radio e capisco che è quello che sto cercando, oppure mi ricordo di un brano ascoltato 25 anni prima. Tutto ciò mi arriva, viene da qualche parte - Dio sa da dove! - ma quando arriva so di doverlo mettere nella scena”.
In Sunset Song ci sono alle volte delle scelte pazzesche, parlo ad esempio di quando al culmine della scena matrimoniale lei inspiegabilmente tiene un primo piano sugli sposi più a lungo del necessario, con un effetto imprevedibile e bellissimo. Questo genere di soluzioni le decide in fase di scrittura, sul set o nella sala di montaggio?
Lavora molto con gli attori per farli recitare come dice lei?
TD: “Il punto è che c’è un problema con gli attori, specialmente nel cinema, ed è che recitano in maniera sconnessa, le scene non sono girate in maniera cronologica, così è difficile avere un senso dell’architettura di ogni scena, è la forma più difficile di recitazione. Per questo io gli dico sempre “Non recitate!” perché altrimenti non ci credo, non sembra vero.
Il cinema cattura due cose: la verità e gli attimi fugaci, questi possono essere minuscoli ma avere effetti mostruosi sullo schermo. Queste due cose sono ciò che provo a raggiungere”.
TD: “Molto accade sul set per questo sono fugaci, ma alle volte capisci subito che qualcosa è buono eppure non posso farlo ripetere all’attore perché altrimenti non sarebbe più reale ma artificioso. Per questo faccio molte prove, così se noto qualcosa glielo faccio ripetere fino a che non diventa abitudine, alle volte sono dettagli minuscoli eh. Per esempio in Sunset song ho insistito molto sulle R arrotate dello scozzese, fino ad arrivare ad estremi quasi comici. Poi accadono anche cose assurde come in Il profondo mare azzurro, in cui un oggetto di scena era una scatola fatta a mano le cui clip non so perché facevano un rumore immenso, era la forma stessa della scatola che faceva da cassa di risonanza, quel rumore nel silenzio era potentissimo. ECCO COSA CI VUOLE!”
Sunset song è tratto da un romanzo e immagino che sia una necessaria riduzione. Su cosa ha scelto di concentrarsi rispetto al testo di partenza, di tutti i temi cosa le interessava davvero?
https://www.youtube.com/watch?v=qAphQmZzVgk