Un uomo, forse un pilota, si muove sicuro nel candido deserto ghiacciato dell’artico; dentro e fuori dal relitto aereo che è la sua dimora, la sua routine sembra procedere senza particolari intoppi. Lo osserviamo compiere con gesto sicuro azioni di cui, sulle prime, spesso ci sfugge il senso, flash di allucinante quotidianità in un bianco che, a dispetto delle apparenze, circonda e ghermisce questo naufrago del gelo con morsa implacabile.

Nulla sappiamo di lui, eccezion fatta per il nome – Overgård – cucito sulla sua giacca a vento lisa e smozzicate sillabe in inglese e danese che mormora all’indirizzo di orecchie presenti solo nella sua mente. Basterebbe questa consapevole ellissi di indizi a collocare Arctic di Joe Penna – già presentato con successo lo scorso maggio al Festival di Cannes e ora offerto agli spettatori del London Film Festival – in uno spazio solitamente inesplorato nel più volte battuto territorio dei racconti di sopravvivenza.

Approdato al cinema forte della fama ottenuta come musicista su YouTube, Penna segue con passo sicuro e solida sobrietà narrativa Overgård, protagonista assoluto del film interpretato da Mads Mikkelsen, catturando l’attenzione dello spettatore grazie alla rinuncia ai cliché più abusati del genere: non c’è ricattatoria storia strappalacrime dietro le spalle del personaggio principale o, almeno, non c’è flashback che lo collochi in un contesto diverso da quello in cui lo vediamo.

Overgård è qui e ora, immortalato in un presente che intuiamo ripetersi da tempo senza significative variazioni; a spezzare il ciclo di ovattata monotonia che lo opprime e trascina un giorno dopo l’altro interviene una disgrazia, apparsa sotto il fallace aspetto di deus ex machina. Da quel momento in poi, Overgård intraprende un cambiamento volontario, in uno slancio di impavida, nobilissima umanità che lo spinge al di là dei confini che si era autoimposto.

Attingendo a piene mani da uno dei migliori racconti di solitudine che il cinema ricordi, lo struggente WALL-E di Andrew Stanton, Penna rinnega la tradizionale egemonia della parola, affidando allo sguardo e alla fisicità di Mads Mikkelsen il compito di far conoscere il suo bizzarro eroe allo spettatore. Il rigore minimalista che caratterizza tanto la sceneggiatura quanto la regia di Arctic non è mai sciatteria, bensì specchio di un punto di vista originale e personalissimo.

Nel rispetto della natura ostile che è da subito coprotagonista del film, Penna rifugge da qualsiasi tentazione estetizzante, osservando il paesaggio islandese con la stessa asettica obiettività che passa attraverso gli occhi abituati di Overgård. Non c’è spazio per la meraviglia, a meno che non sia legata allo sgomento di un ostacolo – geologico o bestiale – apparentemente insormontabile o all’improvvisa manifestazione di un insperato aiuto.

Forte di una perfomance gigantesca e struggente da parte del divo danese (colposamente sottovalutato da Hollywood, abituata a relegarlo in ruoli marginali o da villain), il film attraversa con sensibilità l’intero spettro delle emozioni umane senza il comodo didascalismo dei dialoghi; rinunciando a qualsiasi elemento superfluo, Arctic stimola la fantasia di chi guarda, solleticandone la curiosità e favorendone l’identificazione con un protagonista di cui sa poco ma può immaginare moltissimo.

Come un bianco manto di neve, Arctic diventa quindi la tela su cui lo spettatore può dipingere – basando su poche ma sapienti linee guida – la propria idea sulle radici di Overgård e, perché no, anche la propria personale visione sul finale di questa storia semplice ma universale; mai come in questo caso, possiamo far nostro il noto slogan less is more e applicarlo a questo piccolo grande film, che fa della propria essenzialità una spada che colpisce dritta al cuore.