Difficilmente il regista Sam Pollard poteva immaginare all’inizio della produzione quanto il suo documentario MLK/FBI sarebbe diventato rivelante e attuale in un 2020 all’insegna del movimento Black Lives Matter e delle proteste contro i comportamenti violenti e razzisti nei confronti della comunità afroamericana.

Il progetto, presentato al Toronto Film Festival, racconta il modo in cui l’FBI ha sorvegliato e tormentato Martin Luther King Jr. e la sua famiglia sfruttando i documenti finalmente accessibili, video di archivio, audio rari e interviste. J. Edgar Hoover si era infatti convinto che nel movimento che lottava per i diritti civii si fossero infiltrati dei comunisti e il leader degli attivisti fosse una minaccia per la nazione, usando quindi i mezzi a disposizione per provare a evitare il “pericolo”. Le stanze di hotel e la casa del Dottor King erano spiate utilizzando microspie, i telefoni erano controllati, gli agenti pagavano degli informatori e l’FBI ingaggiava dei giornalisti per scrivere storie negative nei confronti di King.

Il documentario mostra, da una prospettiva unica e le testimonianze dei colleghi di King ed ex direttori dell’FBI, uno scontro a distanza tra due leader impegnati nel tentativo di difendere, e cambiare, la propria nazione.
I materiali resi finalmente consultabili dopo essere stati avvolti a lungo nella segretezza portano alla luce un piano particolarmente complicato e organizzato per infiltrarsi nel mondo del Dottor King e che sottolinea quanto il programma del razzismo e delle disuguaglianze sociali fosse, e lo è tuttora, profondamente radicato nella società americana. MLK/FBI punta l’attenzione sull’importanza delle proteste e della libertà di parola, argomento particolarmente importante anche in questi mesi all’insegna della lotta per i diritti dopo l’uccisione di numerosi cittadini da parte della polizia.

Il racconto di quanto accaduto dal 1955 fino alla morte di Martin Luther King Jr. è stato composto accedendo a migliaia di ore di conversazioni “rubate” che comprendono anche quelle avute con le sue amanti e riguardanti i progetti politici per provare a raggiungere i propri obiettivi.

Le interessanti interviste con storici, collaboratori dell’attivista e figure legate all’FBI – tra cui James Comey, Beverly Gage, Donna Murch, David Garrow, Clarence Jones e Anthony Young – permettono alla narrazione di ramificarsi in più direzioni e proporre anche degli interessanti spunti di riflessione, cercando inoltre di capire se la condivisione del materiale “rubato” possa avere delle conseguenze negative sui movimenti per i diritti civili. L’immagine di King, diventato un’icona dopo la morte, potrebbe forse subire dei problemi a causa delle provate relazioni extraconiugali o del ricordo della popolarità maggiormente limitata che aveva l’attivista in vita? Difficile dirlo, così come risulta quasi impossibile capire le reali motivazioni di Hoover alla base del suo tentativo di distruggere l’immagine del “rivale”, alimentate da ragioni politiche, razziste e in parte etiche e morali. Un aspetto forse poco conosciuto della situazione, e che il documentario svela un po’ a sorpresa, è il tentativo di spingere Martin Luther King verso il suicidio e le pressioni emotive che hanno avuto delle conseguenze profonde nell’equilibrio mentale dell’uomo destinato a rappresentare per i decenni successivi un esempio per chi lotta.

Pollard, con MLK/FBI, riesce a offrire una testimonianza importante e al tempo stesso affascinante di una pagina della storia americana, forse poco conosciuta, che va analizzata e compresa per poter finalmente sperare di far compiere dei significativi passi in avanti ai diritti civili.