I capi di stato vivono vite impossibili in cui privato e pubblico sono sempre sul bilico di tracimarsi addosso e il più piccolo problema nell’uno può diventare una valanga nell’altro. Vite, famiglie, accordi, fregature, summit, giudizi, pazzie, malattie, dottori e anche guidare una macchina da sé, tutto è ridefinito dalla posizione che occupano. Da La Cordillera si esce con una strana forma di empatia per figure che solitamente nei film sono i villain, sono i corrotti e sono i meno stimabili. Non che il film di Santiago Mitre faccia un bel ritratto della politica internazionale, anzi, ma inevitabilmente mette il suo primo ministro argentino al centro di così tanti eventi e trame da generare un’empatia strana, in un film dotato della stessa voglia di spiegare i suoi eventi di quelli di Haneke (pochissima).

Il cuore di La Cordillera è il summit cui partecipano i presidenti di tutti gli stati del Sudamerica, l’obiettivo è decidere la formazione di un’associazione tra nazioni per gestire il petrolio di quella parte di pianeta. Diventerebbe una delle più potenti al mondo anche se sarebbe quasi tutta nelle mani del Brasile. Il primo ministro argentino (un’impeccabile Ricardo Darin, c’è film sudamericano di livello in cui non compare? C’è film in cui compare che non diventi di livello?), eletto con lo slogan “Uno come voi”, è considerato un pupazzo nelle mani del suo staff, ha in mente di votare con il Brasile perché crede che la sua posizione dominante in realtà lo indebolirà, ma arrivato lì sarà attratto dalle promesse e dalle trame di Messico e (a sorpresa) Stati Uniti.
Tutto è girato come un thriller, La Cordillera ha i tempi, il senso di mistero e la colonna sonora del cinema di suspense, anche se racconta di dialoghi intrighi e di una famiglia.

Questa è infatti solo metà della storia, la metà pubblica. Intanto su un binario parallelo, nelle stanze private, la figlia che il primo ministro ha voluto con sé visto il brutto periodo che sta passando sembra essere impazzita. Il suo ex vuole creare uno scandalo e incastrare il padre e lei non è chiaro dove si schieri, ma di colpo smette di parlare e comincia a ricordare eventi di cui non è stata testimone, fino a finire ad accusare il suo stesso padre dell’omicidio (non avvenuto) del suo ex che nel frattempo ha avuto un ictus.
Santiago Mitre ha una solidità nel dirigere e mettere in scena che si vede benissimo nelle lunghe scene dialogate durante il summit, quando riesce a rendere interessanti discorsi da politici e chiari (senza sminuirli) gli intrighi, le trame e le varie convenienze. Ma è molto meno solido quando è il momento di tirare le fila delle sue storie.

Accadono così tante cose in La Cordillera che ci sarà anche spazio per un ruolo per Christian Slater nel grande intrigo in cui ognuno, per giustificare trame e alleanze più convenienti, usa pubblicamente le motivazioni più etiche e condivisibili. Come se qualsiasi buona argomentazione non fosse vera, facciate che coprono le vere ragioni dei rifiuti o dei voti a favore.
In pratica La Cordillera riesce (anche se non a pieno) esattamente dove falliva miseramente Le Confessioni di Roberto Andò, usare la grande politica e le sue figure per una storia umana, inserendo una carta matta (lì il monaco, qui una figlia impazzita) e lasciando che i princìpi debordino nella vita privata.