A Chiara, la recensione | Cannes 74
Chiara incontra i protagonisti degli altri due film di Carpignano e si dimostra diversa. Così uno dei migliori registi giovani italiani si apre ad un altro cinema
Al terzo film Jonas Carpignano sfonda nella finzione.
A Chiara sa insomma essere piacevolmente convenzionale. Ed è una conquista, non un difetto. Una conquista che gli consente di girare il suo film più riuscito in assoluto.
Chiara è la figlia di un pesce medio della ‘ndrangheta. Non lo sa e lo scopre all’inizio del film quando una macchina esplode, il padre scompare e lei scopre trova un passaggio segreto dentro casa, un buco nel muro che conduce in un luogo scarno. La materializzazione della zona liminale, quella in cui il personaggio accede ad un altro livello di consapevolezza passando da un bel salotto ad uno squallido rifugio. Inoltre sembra che sia l’ultima della famiglia a saperlo. Tutti accettano la cosa passivamente perché è ciò che garantisce il loro buon tenore di vita. Chiara invece no.
Come già Pio in A Ciambra anche Chiara non dà retta a nessuno, fa quello che vuole e anche quando arriva lo stato (che forzatamente sottrae i figli dei mafiosi alle proprie famiglie per portarli altrove, sotto copertura, e salvarli da un destino segnato), non sente ragioni. Deve trovare il padre e farselo dire da lui, deve vederla con i suoi occhi questa storia della mafia. Deve conoscere per capire.
Sarà tuttavia nel finale che Carpignano opera il vero salto in un altro tipo di cinema, scarta anche il coming of age e mostra di essersi mosso in un terreno suo.
Forse A Chiara non chiude solo la trilogia di Gioia Tauro (facendo incontrare alla protagonista i personaggi dei due film precedenti per dichiarare la sua alterità da loro) ma chiude proprio una parte della carriera, appena partita, di Jonas Carpignano e la apre ad un’altra fase.